The Substance attraverso l’hyperpop
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Guardare The Substance di Coralie Fargeat mi ha fatto venire in mente due accostamenti a mio avviso fruttuosi per espandere il significato del film. Prima di tutto il film Barbie di Greta Gerwig per diversi motivi: non solo hanno entrambi al centro tematiche femministe, ma in più entrambi sono ambientati in una sorta di realtà alternativa al presente, entrambi dipingono il patriarcato personificandolo in un capo d’azienda un po’ macchiettistico, entrambi usano i codici cinematografici del genere di appartenenza per lanciare una propria critica culturale. La realtà di Barbie è esplicitamente alternativa al presente, è il mondo immaginario dei giocattoli, mentre quella di The Substance è più sottile, funzionale alla trama, un mondo dove i programmi di ginnastica aerobica sono al centro degli interessi delle aziende televisive, o forse è così solamente nella percezione della protagonista Elisabeth Sparkle (Demi Moore) che si identifica in tutto e per tutto con la sua rappresentazione televisiva. I dirigenti d’azienda incorporano il patriarcato e così entrambi i film suggellano il legame tra capitalismo e distinzione di genere: eppure più che degli uomini prepotenti e privilegiati della vita di tutti i giorni, sembrano dei villains da film di supereroine – un tratto coerente all’anima comica di Barbie ma che stona nell’horror di The Substance – eppure entrambi detengono la vittoria finale: il loro impero capitalista non è minimamente scalfito dagli sforzi ribelli delle protagoniste. Se Gerwig porta all’estremo la commedia surreale per prendere in giro e ridicolizzare gli stereotipi più eclatanti del patriarcato, Fargeat usa il body-horror per sottolineare l’asprezza della lotta patriarcale/capitalista sul corpo delle donne.
Il secondo accostamento che mi è venuto in mente è con l’hyperpop, un genere che se fino a qualche anno fa poteva essere un pop di nicchia, nello stesso anno dell’uscita di The Substance è esploso nel mainstream grazie al successo dell’album Brat di Charli xcx. Pur essendo di lunga data, l’hyperpop non ha un linguaggio visivo così codificato come quello vaporwave o di altre culture digitali, eppure alcune scelte di Fargeat mi hanno portato a pensare ai videoclip di SOPHIE e ad alcune tematiche care al genere. Il citazionismo cinematografico della regista – che attinge tanto da Kubrick ma anche da classici come Frankenstein – sembra avere poco a che fare con il futurismo che pervade l’estetica della PC Music (la casa discografica che ha dato origine al genere), ma la finzione del mondo dentro cui si muove la protagonista e la finzione della protagonista stessa richiama fortemente la centralità della finzione dell3 artist3 di questo pop che, pur essendo di nicchia, si atteggiano come popstar.
Il regno del fake
La finzione del mondo di The Substance, come detto, non è esplicita come quella di Barbie, ma è certamente più soffocante, limitandosi allo studio di registrazione del programma, qualche ufficio, il luogo surreale dove ritirare la sostanza che permette di sdoppiarsi in una metà più perfetta, un corridoio che è metafora del percorso di carriera e infine la casa dove si svolge la maggior parte del film. I luoghi del film diverranno sempre più casa e lavoro, suggerendo che gli studi televisivi si trovino nello stesso palazzo dell’abitazione, mentre l’esterno sarà sempre più distante e ostile per entrambe le personalità della protagonista. La finzione è centrale anche nella protagonista che si divide in due personalità: Elisabeth Sparkle e Sue, una è l’attrice che l’industria cinematografica ha masticato e poi sputato quando ha perso la giovinezza, l’altra è la copia più giovane e più bella, pronta a riprendersi tutto. Il film, tramite la voce del fornitore della sostanza, non fa che ricordarci che in realtà sono una persona sola, nonostante il conflitto fra le due metà si accenda sempre di più. Ma allora qual’è quella vera e quella finta? L’originale attrice alla fine della sua carriera o la giovane copia che rivive il suo sogno con maggiore intensità?
Non esistono praticamente social media nel film, nonostante la tecnologia sia quella del presente. Ma non serve metterli in scena per capire intuitivamente che questo è un film post-internet: è sempre sottolineato visivamente uno sguardo gettato sul corpo e sulla vita della protagonista attraverso primi piani invadenti. Lo sguardo predatorio che perseguita la protagonista non è del tutto quello del dirigente d’azienda, nemmeno del tutto quello della telecamera muta che la proietta alla televisione e nemmeno completamente il suo stesso giudizio che costantemente esprime guardandosi allo specchio. È un misto di questi e questi si amplificano a vicenda, così come i muti social media gettano uno sguardo sul corpo che si amplifica assieme al giudizio dell3 altr3 e di sé stess3. A un certo punto il film diventa sempre più il racconto del conflitto fra come si vorrebbe apparire e come in realtà si è, una sorta di contrasto tra vita online e offline ma con il pregio di non scaricare nessuna delle due versioni degradandola a falsa: Sue che, come le vite online, è una proiezione dei desideri e delle ambizioni del sé, non è affatto falsa, ma così viva che tiene un rapporto conflittuale e contraddittorio con la “originale” Elisabeth Sparkle.
Questa lettura post-internet ci permette di inquadrare meglio anche il mondo del film: ricordandoci che Sue non ha nulla di falso di per sé, se fosse la rappresentazione di un avatar virtuale Elisabeth somiglierebbe sempre più a un otaku che si rifugia in casa escludendo il mondo esterno. La claustrofobia del film è data dal fatto che vediamo tutto attraverso gli occhi della protagonista che non si identifica in altro che nella sua carriera e nella sua fama, subordinando tutto – legami sociali inesistenti, persino la salute, persino il corpo – al raggiungimento delle sue ambizioni, che nel regime capitalista significa al soddisfacimento introiettato del piacere degli altri.
L3 artist3 dell’hyperpop non mostrano alcun conflitto tra vita online e offline, ma evidenziano il carattere finto dei loro personaggi. Sono delle popstar senza pubblico o quasi. Musicalmente spingono il pop in territori così sperimentali che non è più pop, esteticamente sembrano abbracciare i piaceri del consumismo ma in realtà lo piegano alla costruzione della propria identità finta e multipla. Si appropriano soprattutto dei tratti più femminilizzati della cultura capitalista – la performatività, la fragilità, l’esposizione del corpo, la baby voice – per creare identità oblique, fluide, che sfuggono agli stilemi del binarismo patriarcale.
Ben lungi dal presentare una riflessione anti-binaria, The Substance si concentra sulla riappropriazione da parte della protagonista del proprio corpo giovane, che viene consapevolmente usato per fare breccia nel capitale visivo della televisione e ottenere il successo agognato. Pur mostrando la fragilità del conseguimento – basta sempre un difetto fisico per perdere tutto quanto – Sue usa la telecamera muta – lo sguardo esterno, la vita online – per (ri)costruire la sua identità. Nella prima danza aerobica il suo corpo viene visivamente fatto a pezzi con inquadrature di singole parti del corpo: la volontà predatoria del patriarcato, qui incarnato dal dirigente ma espresso dallo sguardo televisivo e introiettato nell’autogiudizio, combacia con la volontà di rivalsa della protagonista. Come nella canzone Faceshopping di SOPHIE, gli stilemi del consumo non vengono rigettati completamente per raggiungere un’utopia inimmaginabile di una vita post-capitalista, ma celebrati in maniera non ironica per evidenziarne le possibilità liberatorie ed emancipatorie.
Prendiamo l’analisi di Julie Ackermann che, per definire l’ambiente di riferimento dell’hyperpop, analizza ciò che chiama cartoon-capitalismo in cui «tutto è semplificato, tutto dà l’illusione di essere più di quello che davvero è […] un mondo in cui le cose rivelano solo la versione stereotipata di sé stesse, attraente, facile da comprendere». Il soggetto contemporaneo, con il suo corpo e la sua identità, è mercificato, anzi si auto-mercifica sotto lo sguardo del capitale, semplificandosi. Sempre Ackermann: «l’hyperpop immerge l’ascoltatorə nei meccanismi di un cartoon-capitalismo la cui apparenza divertente e cute ne cela il carattere aggressivo e freddo».
In The Substance Sue, più che rispondere alla promessa di un sé più perfetto e più libero, è la versione (auto)mercificata di Elisabeth Sparkle. Non è solo la sua versione più giovane, è la sua versione più semplificata e rassicurante. Il carattere più aggressivo e più freddo si cela evidentemente nella sempre più solitaria e sciupata Elisabeth, che Demi Moore fa implodere in un mostro dove sono concentrate tutte le frustrazioni e i rancori. Potremmo anche immaginare un eterno circolo in cui la versione più giovane, invecchiando, ricomincia da capo a creare una nuova copia, ma non sarebbe possibile poiché la vita dell’una è legata a quella dell’altra: l’età dell’originale avanza in ogni caso, impossibile rifugiarsi completamente nel proprio sé mercificato. Occorre ricordarci, come non si stanca di ripetere la voce telefonica, che la persona è una sola: l’auto-mercificazione non rende falso il nostro sé, così come noi stess3 non rendiamo meno ver3 l3 nostr3 avatar. L’hyperpop ci aiuta a pensare il rapporto a tratti perverso, a tratti contraddittorio, a tratti liberatorio e a tratti emancipatorio che intratteniamo con il nostro sé mercificato, che nel film di Fargeat si esprime in un odi et amo insolubile e spettacolare.
