La memificazione della «ragazzaccia»
Di Brat ha fatto scalpore prima di tutto la copertina giudicata anti-estetica con quel verde acido e quel titolo così poco definito, così distante dall’alta definizione pettinata dei loghi e dei brand in voga su internet. Una copertina così sfacciatamente semplice e brutta sembra effettivamente farsi beffe non tanto dei canoni estetici delle copertine musicali che si usano oggi, ma piuttosto del minimalismo imperante dei loghi aziendali che vogliono farsi cool, giovani o più, per usare termini aziendalisti, user-friendly. L’anti-estetica di Brat sembra essere una risposta provocatoria ai loghi minimali, monocolori e pensati senza tempo di Apple, Nike ma anche Nissan, Juventus e una marea di marchi sempre più piatti. Effettivamente c’è il minimalismo. Effettivamente c’è il monocolore. Ma è tutto sfumato, fuori fuoco, come se fosse stato ideato e realizzato da una persona poco avvezza ai canoni estetici così definiti e puliti dell’era digitale, anzi come se quella cover altro non fosse se non un ingrandimento di un dettaglio che dovrebbe sfuggirci.
La maniacale ipersemplificazione dei loghi contemporanei, evidente se si considera l’evoluzione di loghi di lunga data, nasce da esigenze comunicative, per potersi inserire negli spazi piccoli dei profili social. Ma se una consocialità estetica come quella denominata frutiger aero sembra essere infestata anche per opposizione al minimalismo digitale odierno da immagini dell’internet anni 2000 con i suoi loghi dettagliati, ricchi di sfumature, liquidi, allo stesso tempo retro e futuristici, Brat rifiuta apparentemente qualsiasi punto di riferimento nostalgico, adottando una prospettiva per così dire punk, nel senso di «do-it-yourself». Di nuovo, mentre la frutiger aero riprendeva anche le immagini “naturali” dei primi Windows, con il richiamo frequente all’acqua e ai liquidi come ponte assurdo tra l’estetica digitale e il mondo offline di pace e tranquillità, Brat sembra tagliare di netto il filo sottile che potrebbe legarlo a qualsivoglia mondo naturale.

Ma allora, di che mondo stiamo parlando? L’unico indizio che traspare dalla copertina è il colore: un verde acido che non esiste in natura e che esattamente la sua inesistenza lo ha reso perfetto per diventare il punto di riferimento per qualsiasi effetto digitale cinematografico. Il green screen, alternato con il blue screen, diventa la scelta più comoda per far recitare qualsiasi attore e creargli successivamente attorno la scena più adatta. È piuttosto ironico che uno dei colori più usati al cinema sia anche quello più nascosto e quindi sia anche quello più disprezzato.
Il mondo di Brat insomma è sicuramente quello della cultura digitale, o almeno degli effetti digitali che però qui sono messi a nudo, come spenti per mostrare lo schermo verde acido che c’è dietro, mettendo in mostra la parte più brutta ma anche la più diffusa.
Charli XCX
Brat è infatti l’album probabilmente più intimo di Charli XCX che si mostra e si confessa in tutte le sue contraddizioni senza nemmeno ricorrere allo stratagemma della multipersonalità tipica dell’hip hop. Questa confessione schietta è anche uno sguardo alla figura stessa della popstar da parte di chi è sia dentro sia fuori quel mondo: la sua musica sembra averla portata ad avere una posizione consolidata di «cultclassic», ma sempre ai margini della fama delle grandi popstar internazionali. Perciò vi troviamo sia le ambizioni ansiose di diventare ancora più famosa, sia i rammarichi per un tempo della propria vita in cui c’erano appunto meno ansie. Vi troviamo gli omaggi ai maestri perduti, i legami di amicizia, quelli d’amore e quelli famigliari. Vi troviamo riflessioni anche personali, come il legame con i genitori o il desiderio contraddittorio di maternità.
Ma l’album più intimo dell’artista è anche l’album in cui l’immagine dell’artista stessa sparisce: è il primo album di Charli XCX in cui lei non compare in copertina. Non solo, con un’abile operazione di marketing, fa sparire retrospettivamente la sua immagine anche da tutti gli album precedenti, facendoli adottare l’anti-estetica dell’ultimo. Brat rimane l’unico con il colore verde acido, come a ricordarci che comunque è qui che gli effetti speciali sono spariti, è da qui che l’artista si mette completamente a nudo, nella sua schiettezza e anche nella sua bruttezza. Se Brat è un punto di arrivo o un punto di inizio per questa deflagrazione degli effetti speciali sta all’ascoltatore appurarlo, certo è che chi scoprisse Charli XCX con questo album potrebbe non scoprire che faccia abbia. Non sembra tanto, eppure nel mondo del pop parrebbe impensabile, così abituati all’auto-brandizzazione che caratterizza le popstar ma anche ogni singola nostra azione su internet.
Sarebbe tardi per Charli XCX intraprendere la via dell’anonimato nelle sue produzioni musicali: dovrebbe ricominciare tutto daccapo e soprattutto rinunciare alle sue ambizioni di fama e successo. In ogni caso, non credo che l’anonimato sia il suo scopo. Eppure è con la sottrazione della propria individualità corporea che sottolinea l’esposizione schietta delle sue contraddizioni, e non è perché esporre il proprio viso sarebbe troppo a questo punto, ma proprio per non lasciare che gli effetti speciali del mondo pop possano distrarre l’ascolto.
Penso comunque che ci sia un filo sottile che collega questa decisione di sottrarre il proprio corpo alla auto-brandizzazione pop con i movimenti, o le consocialità, di cultura digitale in cui il più delle volte si sceglie di utilizzare moniker fasulli e pure multipli per celare la propria identità. Mi riferisco alla già citata frutiger aero ma anche alla vaporwave e derivati. Dove i partecipanti online puntano effettivamente all’anonimato, come per perdersi volentieri nel mare vasto della consocialità estetica, Charli XCX usa un breve anonimato provocatorio per sfuggire alla costante individualizzazione dei riferimenti, ossia quel processo di costruzione di un mondo di simboli e codici che emettiamo volenti o nolenti tramite i nostri dati e che viene usato sia per targetizzarci con pubblicità sempre più mirate sia per costruire il nostro avatar online. Ossia quel processo che finora ho chiamato auto-brandizzazione, che però caratterizza non solo chi vuole costruirsi un’immagine specifica di sé, ma anche chi pensa di non farlo.
Al centro dell’album, infatti, non c’è più il corpo di Charli XCX, ma una parola inglese, «brat», che significa circa «ragazzaccia». L’individualizzazione dei riferimenti qui non è egocentrata sul corpo e sulla persona della cantante, ma su una parolaccia, un concetto elastico che è diventato presto un meme.
Brat

La sottrazione della propria persona è dato anche dal titolo stesso, come se Charli abbracciando un minimalismo radicale preferisse scrivere direttamente il nome del concetto piuttosto che una sua immagine rappresentativa. A ben vedere, Crash, il suo album precedente, dove Charli è sul cofano di una macchina apparentemente dopo un incidente, in realtà ha la stessa copertina di Brat, solo che nella prima la «ragazzaccia» è rappresentata figurativamente in modo connotativo, nella seconda è scritto direttamente la parola cruda e semplice in modo denotativo. Questo stratagemma ricorda lo stilista Virgil Abloh, di cui un tratto celebre era quello di scrivere nomi o concetti tra virgolette, come se ci volesse mostrare solo il titolo di un’opera o di un’immagine che in realtà non vedremo mai, perché nell’era digitale fatta di overdosi figurative sottrarre un’immagine allo sguardo è come mostrarla effettivamente.
Sottrarre la propria persona in favore di un concetto volatile come quello di «ragazzaccia» sembra far evaporare la complessità dell’artista e ridurla a un appellativo superficiale ed è proprio attorno a questo scontro tra apparenze e interiorità che ruota l’album. Stiamo ascoltando l’album di una «ragazzaccia» qualunque, che può essere incarnata da mille altre persone perché è solo un’etichetta facile, un meme da interpretare a piacimento, come i moniker anonimi delle consocialità online. Allo stesso tempo è Charli a volerci raccontare cosa c’è dietro a quell’etichetta.
Ovviamente la sottrazione della popstar dalla cover del suo album suscita clamore e attenzione solamente nel contesto della musica pop: in qualsiasi altro genere l’assenza dell’immagine dell’artista è pressoché normale. Ma che genere di pop stiamo parlando? Charli XCX è considerata da ormai diversi anni la regine dell’hyperpop, un genere nato negli anni ’10 soprattutto per merito della casa discografica PC Music e delle produzioni di A. G. Cook, che produce Brat, e di SOPHIE, cui è dedicata la canzone più toccante dell’album e della carriera di Charli.
L’hyperpop e la PC Music, per certi versi sinonimi, da genere di nicchia hanno assunto negli anni un’importanza seminale, suscitando diverse riflessioni e spunti sul pop stesso, con cui hanno avuto alternativamente un ruolo di incubatore di idee, di copia ironica o anche di agitatore sovversivo. Per riprendere le utili terminologie filosofiche che le analisi sulla vaporwave e sulle culture digitali hanno suscitato, l’hyperpop rappresenta sicuramente uno spettro infestante del pop stesso, sia perché sembra provenire dal suo futuro inevitabile (non ci dilungheremo qui sulle sue qualità accelerazioniste), sia perché quel futuro sempre una promessa mai mantenuta del pop più elettronico emerso dagli anni ’90 e ‘2000, sia perché lo incalza e in questo modo lo definisce continuamente. Per chiarire quest’ultimo concetto: sembra che l’hyperpop abbia caratteristiche anche sonore più specifiche, mentre il pop sembra vasto e incerto tra hip hop, folk, trap, rock, r’n’b e pure country. Per questo l’hyperpop sembra ciò che è rimasto del pop al giorno d’oggi, come se lo avesse già rimpiazzato, ma allo stesso tempo sembra una sua copia provocatoria, comunque di nicchia, uno spettro che infesta.

L’hyperpop, soprattutto agli albori, sembrava prendersi gioco dell’immaginario pop, in particolare della brandizzazione degli artisti. Lo faceva creando a sua volta immagini di artisti che parevano artificiali, come se recitassero con troppa convinzione la parte, oppure creando direttamente artisti artificiali. È il caso iconico di QT creata da SOPHIE e A. G. Cook, un’artista che produce una canzone per promuovere una bevanda che si chiama, a sua volta, QT. L’estetica patinata di cui si serviva PC Music ha sicuramente servito da stimolo alla nascita di frutiger aero, proprio agli inizi di quella ipersemplificazione dell’estetica dominante online di cui abbiamo parlato prima. Di fatto, la copertina di Apple di A. G. Cook del 2020 sembra attingere di nuovo proprio alla frutiger aero. Charli trovò in questo ambiente non il suo debutto, ma sicuramente la sua svolta musicale, almeno a partire dall’EP del 2017 prodotto da SOPHIE denominato Pop 2. Charli ha in qualche modo incarnato gli spunti dell’hyperpop, presentandosi non tanto come popstar ma piuttosto come una sua imitazione surreale ed estrema, portando all’eccesso tutti i canoni del pop.
In Brat ciò che viene presentato come imitazione ironica/provocatoria/artificiale non è l’immagine di un’artista, ma il concetto stesso di ragazzaccia. La ragazzaccia, rimanendo in qualche modo fedele alle caratteristiche dell’hyperpop, è il contrario della popstar ma allo stesso tempo è il suo fantasma: la popstar ha un’immagine pulita, professionale, bella, accettabile, ma deve essere anche sexy, perciò anche sporca, provocatoria. Ritorna il concetto di spettro: la popstar deve rimuovere quella sua parte più sporca e scomoda, ma sarebbe preferibile e attraente se quella rimozione si vedesse in qualche modo. Ci deve essere la popstar, ma ci deve essere anche il suo spettro. Brat spegne gli effetti speciali del pop e ci fa vedere solo lo spettro del green screen.
Sembra un sottinteso, ma dato che si spengono gli effetti speciali i sottintesi devono venire allo scoperto: stiamo parlando di popstar prevalentemente femminili. Il doppio standard in ciò che viene concesso e apprezzato nelle popstar maschili e quelle femminili è abbastanza evidente. «Brat» è una parolaccia inequivocabilmente femminile e con la sua messa in mostra Charli reifica in qualche modo lo spettro, o gli spettri al plurale, che tormentano e perseguitano sia lei in quanto donna sia lei in quanto Charli sia lei in quanto popstar, nel piano intimo e nel piano pubblico.
