Post Mortem
Le pallottole mi sfioravano la testa così vicino che sono sicuro che qualche mio ricciolo che rimbalzava durante la corsa sia stato reciso da uno degli spari che mi arrivavano dalle spalle. Correvo veloce fino a farmi scoppiare il cuore fino a farmi quasi vomitare dallo sforzo e dalla paura che uno di quei colpi mi raggiungesse. E in effetti una pallottola mi raggiunse e mi tranciò un orecchio ma me ne accorsi solo molto più tardi, poiché l’adrenalina probabilmente mi impediva di sentire il dolore che poi mi avrebbe raggiunto e il rumore dei fucili e delle bombe che scoppiavano coprivano qualsiasi differenza uditiva che la mancanza di metà orecchio poteva comportare. Per prima cosa sentii il sangue colare lungo il collo e poi macchiarmi la camicia, ma a lungo confusi quella sensazione di bagnato con il sudore di cui ero inzuppato.
Comunque riuscii in qualche modo a trovare un rifugio da quell’attacco a sorpresa: proprio mentre correvo, un fratello mi afferrò al volo da dietro un angolo e mi trascinò nel suo nascondiglio dietro uno spesso muro. Non ricordo se glielo dissi o se lo pensai solamente ma giurai di ricambiare il favore proteggendolo anche a costo della vita. Ci guardammo attorno e vedemmo le decine di compagni caduti: sarebbero risorti e poi sarebbero tornati per vendicarsi. Nonostante questa ferrea certezza mi dispiaceva per la loro morte, così dolorosa e ingiusta. Nessuno di noi voleva morire combattendo, ma da vecchi tra le braccia dei propri cari senza la necessità di tornare per ottenere vendetta. «Quando nessun morto tornerà per avere vendetta, allora il mondo sarà in pace» ci ripetevamo spesso.
Gridando per farci forza l’un l’altro uscimmo dal momentaneo rifugio per raggiungere un posto più sicuro, dietro un alto muro massiccio che i proiettili non potevano perforare. Fummo fortunati, perché già una fila di cadaveri occupava il perimetro del muro, segno che un gran numero di nostri poveri fratelli aveva provato a raggiungere quel nascondiglio. Oppure uscirne. Perché quando arrivammo un’altra decina di nostri fratelli erano nascosti e i pochi che avevano provato ad allontanarsi ulteriormente si erano aggiunti al numero dei morti. Leggevo la disperazione nei loro occhi mentre chi aveva un’arma se la portava alla tempia per farsi esplodere il cervello.
«Fermatevi!» provai a gridare ma non c’era verso: chi ancora non si era suicidato raccolse le armi dei fratelli morti per spararsi in testa a sua volta. Riuscii a immobilizzare soltanto il mio salvatore gettandomi di peso su di lui impedendo che la canna di un fucile raggiungesse il suo mento. Gli dissi di lasciar perdere, che qualcuno doveva pur sopravvivere. Lui annuì con le lacrime agli occhi.
I proiettili volavano ovunque ma lo spesso muro alle nostre spalle non permetteva a quei colpi di raggiungerci. Per ora. Sentivamo i fucili dei nemici avanzare mano a mano che facevano strage dei nostri fratelli, giustificando la disperazione che avevo letto negli occhi dei fratelli suicidati. Dovevamo allontanarci al più presto. Il mio salvatore aveva un’altra salvezza in mano, una bomba a mano che ci avrebbe dato il tempo di cambiare nascondiglio. Quando la vidi tra le sue mani tremanti pensai al miracolo: ci avevano attaccato la notte cogliendoci di sorpresa e nessuno di noi aveva fatto in tempo ad armarsi per contrastare l’agguato. Avevamo tutti pensato solo di metterci in salvo, deducendo subito che le sentinelle che montavano di guardia erano morte e sperando che tornassero presto per vendicarsi del nemico, magari coprendoci la fuga dato che non erano riuscite a dare l’allarme in tempo. Penso sia stata proprio la fede nella “resurrezione vendicativa” a spingerci a dare priorità alla fuga piuttosto che alla difesa: nessuno voleva morire, men che meno combattendo, ma la morte e la conseguente resurrezione era un’arma micidiale contro il nemico. Così fuggimmo e basta, non certo sperando di morire e risorgere, ma con la certezza che anche la morte era un’arma.
D’altronde, i pochi coraggiosi che tentarono di sollevare le armi per coprire i fratelli che scappavano morivano dopo poco da tanto era imponente e ben studiato l’attacco dei nemici. Per quanto suonasse del tutto incredibile, tra i fratelli ci doveva essere una spia o un traditore che aveva raccontato loro la nostra posizione e la nostra difesa, pareva non esserci altra spiegazione. Era a questo che pensavo mentre scagliavo la bomba a mano dopo aver tolto il gancio. Il mio salvatore aveva affidato a me quel compito, non come pegno per avermi salvato, ma perché a lui tremavano troppo le mani per sperare di lanciare la bomba abbastanza lontano. Così io me ne incaricai e poi fuggimmo nella direzione opposta mentre sentivamo l’esplosione alle nostre spalle.
Siete riusciti a ricongiungervi ai vostri compagni? In quanti vi siete salvati?
Ricongiungerci è una parola grossa da quanto eravamo dispersi dopo l’attacco a sorpresa, però sì riuscimmo trovare riparo dove c’erano altri nostri fratelli. In tanti erano armati, per fortuna, e distribuirono le armi ai tiratori migliori, tra cui io. In molti mi chiesero quale sarebbe stata la strategia migliore, si rivolgevano a me perché sapevano che ero un buon comandante, fermo e deciso nei momenti di crisi. Forse era per questo che il mio salvatore aveva deciso di rischiare la vita per salvare la mia: potevo essere considerato una figura militare importante per la nostra fratellanza.
Comunque suggerii, anzi comandai perché in quel frangente di concitazione è meglio elargire ordini inequivocabili anziché blandi consigli, di dividerci in differenti gruppi per confondere il nemico, che era meglio che i due contingenti più numerosi si concentrassero su due obbiettivi: uno difendere la posizione ormai perduta così da coprire la fuga degli altri, l’altro di raggiungere la fratellanza al Monte Alto, dove era rifugiato il nostro esercito più cospicuo e il nostro quartiere generale. Molti a quel punto strabuzzarono gli occhi, compreso il mio salvatore che assegnai propio a quel gruppo. Non eravamo in tanti a conoscere l’esatta collocazione del nostro quartiere generale, un’informazione che veniva affidata non in base al grado – c’erano diverse alte cariche che erano tanto all’oscuro quanto le leve più basse – ma in base alla lealtà e un insieme di fattori personali indecifrabili: un passa parola impossibile da tracciare.
I presenti fecero tanto d’occhi non perché io possedessi quelle coordinate esatte – potevo essere considerato una piccola celebrità militare nella fratellanza, vicino alle guide più importanti – ma perché condividessi quell’informazione in quel modo. Ma dopo la sorpresa iniziale capirono subito la responsabilità che veniva loro implicitamente affidata: quei pochi lì riuniti dovevano radunare gli altri e riuscire a portarli in salvo al Monte Alto, un luogo impervio per di più vicino al confine con la trincea nemica. Probabilmente la loro sorpresa era anche data proprio dalla posizione del quartier generale: così alla portata della mano avversaria. Li capivo benissimo, la mia reazione era stata la stessa quando mi era stata affidata l’informazione. Eppure bastava pensarci poco per capirne la semplice genialità: così vicini eravamo in grado di studiare il nemico, infiltrarci quando ci pareva, rimanere nascosti proprio sotto i suoi occhi.
E tu invece come hai ottenuto quell’informazione? Ci sei mai stato al Monte Alto al quartier generale?
Certo che ci sono stato, a chiunque scopra dove si trova il comando della fratellanza viene la voglia quasi la necessità di farci visita, quasi fosse un luogo sacro cui è doveroso compiere un pellegrinaggio. Ho conosciuto alcune delle nostre guide, altre le ho solo viste, con altre ho litigato per le nostre differenze ideologiche, altre ancora ho saputo che erano in missioni speciali riservate. Mi hanno informato, perché in quel luogo ogni informazione sulla fratellanza diventa di dominio pubblico, che fra qualche mese, al solstizio estivo, tutte le guide si sarebbero trovate per l’annuale dibattito sul nostro futuro e avrebbero così discusso delle strategie, degli ideali e anche dell’utilità della “resurrezione vendicativa” o di spararsi in testa prima di incontrare il nemico. È un dibattito importante per rinvigorire la nostra lotta e per stabilire le direzioni da intraprendere cui partecipano tutti quanti sappiano dove si trova quel centro importante. Vorrei tanto parteciparvi per perorare la causa della “resurrezione vendicativa” e condannare i codardi che si ammazzano prima di combattere, ma sarà ovviamente impossibile.
Comunque il luogo sacro è ben nascosto tra i boschi: anche sapendo dove si trova è impossibile accedervi senza delle indicazioni precise. Per fortuna io ne ero fornito e sapevo di trovare l’ingresso nella quarta cascata dalla sorgente del Fiume Alto, così quando arrivai fu come accedere non davvero a un luogo sacro – la sacralità nella fratellanza l’abbiamo abbandonata da parecchio – ma di certo in un luogo fatato, che trovi solo nelle fiabe per bambini. Forse questo aspetto fiabesco lo rende ancor più difficile da scovare. Quando un mio fratello, che consideravo alla stregua di un vero mentore, ne parlava lo faceva sempre nei termini di un luogo incantato, quasi idilliaco, con solo scarsi e vaghi accenni all’importanza strategica e ideologica del luogo. Ne parlava con gli occhi illuminati, incantati dal ricordo, tanto da far credere pure a me, che avevo profondissima fiducia in lui, che parlasse solo di un sogno. Quando davvero ci andai al quartier generale, capii tutto e da lì mi resi conto di parlarne negli stessi termini, con il tono onirico quasi fosse una posa o un codice segreto.
Comunque ritenni necessario rivelare le modalità di accesso anche a qualcuno di fidato e in quel frangente scelsi il mio salvatore, cui effettivamente dovevo la vita. Perciò poco prima di congedare il gruppo lo presi da una parte per parlargli e sussurrargli, o meglio urlargli nell’orecchio dato che il baccano degli spari copriva comunque qualsiasi parola, a quale cascata avvicinare il gruppo e pronunciare il nostro mantra «quando nessun morto tornerà per avere vendetta, allora il mondo sarà in pace», solo così le porte del quartier generale si sarebbero aperte e i superstiti di questo attacco sarebbero stati davvero in salvo a raccontare l’accaduto. Lo guardai negli occhi senza alcuno sguardo trasognato per convincerlo che non stavo affatto parlando di un sogno ma della cosa più importante di tutte, così che credette all’incredibile. Gli feci giurare di passare queste informazioni a qualcun altro di fidato prima di morire, così che il gruppo si sarebbe comunque potuto salvare. Gli feci promettere infine di morire non per mano nemica, ma di scappare e al limite togliersi la vita sparandosi in testa.
Le guide della fratellanza raccomandavano caldamente questa sorta di rito: farsi saltare il cervello prima di morire per mano nemica. Lo avevo visto fare più volte, quella sera dell’agguato in particolare, ma era una decisione difficile e in evidente contrasto con la “resurrezione vendicativa”: se non era il nemico a ucciderti non saresti di certo risorto per vendicarti. Si diceva che il cervello era diventata una risorsa preziosa nelle mani nemiche e quindi bisognava farlo sparire prima di “regalarlo”. Ma la fede nella resurrezione è forte nella fratellanza, perciò in moltissimi si rifiutavano di compiere quel gesto, trasgredendo le indicazioni delle guide. Una tale trasgressione non è scandalosa in fondo: ogni fratello è libero, non ci sono capi ma solo guide, non comandi ma raccomandazioni. In più risorgere per vendicarsi, se proprio bisogna morire combattendo, è una prospettiva allettante per chiunque.
Comunque gli feci promettere di seguire le raccomandazioni delle guide al mio salvatore anche se non le condividevo affatto, solo perché volevo dare un’ulteriore aura di importanza e ufficialità alle mie indicazioni che alle orecchie di chiunque sembravano fantasiose e fiabesche.
È questo tuo mentore che ti ha rivelato l’ubicazione del quartier generale? Di chi si trattava?
Vedo che hai notato che ho evitato di parlare della persona che mi ha rivelato il segreto del Monte Alto, brava, sei un’intervistatrice capace di notare le omissioni volontarie. Purtroppo per me è difficile parlarne, il suo caro ricordo è coperto da un dolore che mi ammutolisce. Vedi, eravamo molto legati. Era il mio mentore ma anche molto più di questo, avevamo un legame davvero stretto. Quando il paese in cui sono cresciuto è stato raso al suolo da un improvviso attacco nemico, mi ritrovai senza amici e famigliari, circondato dalla morte che questa infinita guerra sparge ovunque. Fu lui a raccogliermi dalla disperazione, lui che, solo qualche anno più adulto, era già un soldato esperto della fratellanza. Mi rasserenò condividendo la fede nella “resurrezione vendicativa” assicurandomi che i miei cari sarebbero tornati per vendicarsi del nemico. Non sembrava certo un gran conforto per me che invece i miei cari li volevo vivi accanto a me, ma l’odio verso il nemico che mi aveva tolto tutto era tale che in quel momento mi andava bene che almeno sopravvivessero per ucciderli tutti. Ero così pieno di rabbia che mi parve una compensazione adeguata.
Così mi prese sotto la sua ala, insegnandomi dapprima a combattere, a sparare e anche a uccidere, infine a comandare e a pensare strategicamente. Fu grazie a lui che divenni un qualche tipo di celebrità nella fratellanza, grazie a delle gesta belliche che compì grazie ad alcune sue indicazioni. Lui era fatto così: preferiva agire nell’ombra, tendere le fila delle mie azioni di nascosto, pensare sempre al passo successivo per il bene della fratellanza, non amava affatto la fama e non aveva alcuna aspirazione a divenire una guida importante. Lo amavo. Ebbene sì in questa intervista sento di poter essere assolutamente sincero, sincero come non lo sono mai stato nemmeno con me stesso: lo amavo e sono abbastanza sicuro lui mi amasse a sua volta. Ma eravamo troppo presi da questa maledetta guerra per confessarci o anche solo parlarne.
Ricordo un momento di vera intimità che scambiammo quando mi parlò per la prima volta del quartiere generale con il caratteristico tono incantato del racconto. Non mi aveva ancora rivelato l’ubicazione nel Monte Alto anche se narrando quella che sembrava una fiaba si lasciò sfuggire qualche dettaglio che avrei compreso solo dopo aver avuto l’informazione esatta. All’epoca non voleva assolutamente darmela e io d’altronde, come nessuno dei fratelli, la chiedevo. La dedizione alla causa era troppo importante per lasciarsi vincere dalla curiosità. Me ne parlò per immaginare un eventuale, tanto remoto da sembrare impossibile, futuro dopo la guerra, in cui secondo lui avremmo potuto vivere in pace in quel luogo idilliaco. Disse che avremmo vissuto una vita serena noi due soli e questa guerra infinita sarebbe stata solo un ricordo lontano. Io ho conservato quella speranza a lungo e il raggiungimento di quel sogno è stato per diverso tempo il motore del mio coraggio bellico, ciò che mi spingeva a continuare a combattere.
Per un periodo ci siamo invece allontanati. È stato quando le guide iniziarono a raccomandare di spararsi in testa prima di farsi uccidere dal nemico. Per me era inconcepibile: la “resurrezione vendicativa” era ciò che rendeva la morte di ogni mio fratello e ogni mio caro più lieve da sopportare. Non potevo accettare che le nostre guide tenessero in così poca considerazione questa nostra arma micidiale. Il mio mentore invece condivideva in pieno questa scelta, anche se non riuscivo a spiegarmi perché. Provò a convincermi più volte, come fosse preoccupato più della mia disobbedienza che della mia eventuale morte. Alla fine litigammo. Sembra una cosa futile per cui litigare, ma in un contesto bellico, in cui la morte è una sorella al pari di qualsiasi altra, decidere come accoglierla era un tema importante.
Non lo hai più visto da allora? Ma allora come hai fatto a scoprire il segreto del Monte Alto?
Dopo quel periodo buio ci riavvicinammo piano piano, decidendo infine che gli argomenti bellici, anche se erano stati da sempre la base del nostro legame, non potevano rovinare il nostro rapporto che invece agognava un futuro pacifico. Ma le cose erano cambiate, anche se non riuscii mai a decifrarne il motivo. Il mio mentore mi guardava diversamente, spesso con sguardo triste, come se il pensiero che non ero disposto a suicidarmi prima di morire per mano nemica lo preoccupasse sul serio. Penso fosse più che altro deluso che proprio io, che nonostante tutto rimanevo un suo pupillo, mi rifiutassi di seguire non tanto le indicazioni delle guide, ma le sue stesse raccomandazioni importanti. Si sentiva probabilmente tradito, tanto era forte da un lato la mia fede nella “resurrezione vendicativa” dall’altro la sua preoccupazione di ammazzarsi.
Comunque, forse per dimostrare che ancora mi amava, mi rivelò il segreto del Monte Alto. Così ci andai da solo per vedere con i miei occhi quel luogo incantato e ne rimasi effettivamente sbalordito. Quando lo raccontai al mio mentore, sperando di rivangare anche il nostro sogno di una vita serena solo noi due senza la guerra, rischiai di far scoppiare invece un’altra lite quando finii di raccontargli di come avevo difeso, in una lite con altri fratelli del luogo, la forza strategica della “resurrezione vendicativa”. Invece che litigare mi chiese con un misto di rassegnazione e risentimento se non avrei mai accettato l’idea di puntarmi una pistola alla tempia prima di morire, se non c’era possibilità di convincermi. Invece di chiedergli il vero motivo per cui ci tenesse tanto, risposi di no.
Da quel momento il nostro rapporto tornò a essere ancora più simile a quello di una volta. Avevamo accettato le rispettive differenze di prospettiva e in qualche modo amavamo anche quelle. In fondo si trattava solo della morte, ma eravamo diventati abbastanza bravi a scamparla con la sua intelligenza strategica e con il mio coraggio bellico. Perciò potevamo ignorare quella sorella per concentrarci sul presente, sul nostro vivere e combattere insieme.
Adesso penso di essere pronto per avere la mia vendetta. È così che funziona questa intervista, no? Io ora sono morto in guerra, non ricordo esattamente come ma sono sicuro di non essermi sparato in faccia perché è una strategia che da vivo ho sempre rifiutato. Quindi ora immagino sia tu a indicarmi di chi e di quanti nemici mi debba vendicare. Non vedo l’ora di tornare nel mio corpo o almeno di tornare nella terra in qualche forma mitica per eseguire la mia vendetta. In un certo senso mi sono da sempre preparato a questa resurrezione. Se ce le avessi ancora direi che mi prudono le mani. L’unica cosa che mi dispiace è che il mio mentore, da morto, non è venuto a cercarmi per vendicarsi…
Quindi è morto? Attendi ancora un momento per favore… vuoi dire che l’hai ucciso tu?
Purtroppo sì. Nonostante le mie belle metafore la morte non è affatto una sorella ma una puttana del nemico. Spero non sia un problema per la resurrezione in ogni caso. È stata una scelta obbligata, ti assicuro che era l’ultima cosa che avrei mai voluto fare.
Raccontami cos’è successo.
È successo che quando lo trovai in realtà era già morto. Ci aveva attaccato il nemico, un altro imprevisto e metodico attacco a sorpresa che ci aveva costretto alla fuga, proprio come quello in cui sono morto io e che stavo raccontando poco fa. Sempre pallottole che volavano attorno alla mia testa mentre alcuni fratelli si sparavano un colpo sotto il mento e altri battevano in ritirata, sperando di sopravvivere o almeno di risorgere per vendicarsi. Il mio mentore era stato colpito da una bomba che gli aveva fatto sparire gli avambracci mentre una scaglia si era infilata nei suoi polmoni per ucciderlo lentamente. Provai a portarlo via da quella zona ma insieme eravamo troppo lenti, perciò decisi di rimanere con lui fino alla fine: saremmo morti e risorti insieme per vendicarci. Ma quello stupido insisteva con il poco fiato che gli rimaneva di spararci alla tempia: di nuovo il nostro dissidio tornava a separarci proprio nel momento decisivo. Ricordo distintamente che con la forza che gli rimaneva mi strinse con uno dei moncherini che aveva e rantolò nel mio orecchio la supplica di sparargli.
In quel momento capii: non stava insistendo perché ci suicidassimo entrambi, ma perché io gli sparassi in testa. Senza mani lui non poteva farlo e pregava me, il suo pupillo, il suo amato, di farlo per lui. Era una follia, ma non vedevo altra soluzione in quella frenesia. Tutto il mio corpo mi suggeriva la tentazione di lasciarlo lì, a farsi uccidere dal nemico per poi risorgere, ma i suoi occhi supplicanti, di una supplica che solo una fede irrazionale può illuminare, mi convinsero a seguire la sua richiesta, per quanto assurda mi sembrasse. Perciò gli sparai in fronte e mi aggrappai strenuamente alla speranza di vederlo di nuovo una volta risorto, quando sarebbe venuto a cercare me che lo avevo amato ma anche ucciso.
Come vedi ho compiuto il gesto di ucciderlo, ma era già morto per mano nemica e in ogni caso l’ho fatto solo sotto sua richiesta. Non è stato affatto facile, ma il pensiero che mi venisse a cercare anche solo con l’intendo di vendicarsi ammetto che ha facilitato la convivenza con questa colpa.
Ora, dato che penso di aver raccontato tutto, penso sia il mio turno di risorgere per vendicarmi dei miei assassini. Mi devi solo indicare quali e come posso tornare sulla terra. Questo cos’è, una sorta di paradiso, anzi di purgatorio? Immagino che dopo mi aspetti solamente l’inferno, ma mi va bene andarci se prima posso vendicare anche i miei fratelli. Dopo che ho lasciato andare il mio salvatore ho accettato di continuare a combattere fino alla fine, fino alla morte per risorgere e vendicare tutti quanti. Non volevo di certo morire, avrei preferito contribuire ancora alla lotta della fratellanza, ma la certezza di tornare per trovare vendetta mi ha sempre infuso coraggio. In fondo è sempre stato quello il segreto della mia forza e forse ho aspettato la morte e la conseguente “resurrezione vendicativa” per tutta la mia vita, fino a che non le sono andato incontro.
Perciò sono più che pronto ad ammazzare finalmente un po’ di nemici bastardi. O anche solo uno, quello che alla fine ha premuto quel grilletto. Mi basta lui anche se non so chi sia, come rappresentante di tutti quei bastardi che prima di lui ci hanno provato. Allora, quando posso iniziare? Mi stai ascoltando? Dove sei finito?
Al solstizio d’estate il Monte Alto è rigoglioso di alberi e cespugli che lo ricoprono, impedendo la vista dall’alto e facilitando la mimetizzazione. Per questo le guide della fratellanza scelgono ogni anno quel giorno per ritrovarsi in gran numero. Ma come i fratelli sono ben protetti dalla flora del Monte Alto, così lo sono anche i loro nemici, che hanno circondato il quartiere generale senza farsi notare, fino a raggiungere infine la quinta cascata dalla sorgente del Fiume Alto e irrompere nel comando nemico per compiere una carneficina che auspicabilmente metta fine a questa guerra infinita.
Anche in questo attacco i fratelli sono colti di sorpresa ma la paura è ancora più grande perché nessun luogo fino a questo momento era considerato più sicuro del quartiere generale al Monte Alto. Il luogo idilliaco che viene raccontato con tono incantato da chiunque vi abbia fatto visita, custodito dal segreto di un passa parola impossibile da rintracciare, è ora in fiamme, bombardato dal nemico che è sempre stato troppo vicino eppure finora così lontano. Le grida si levano alte ma stavolta sono in pochi i fratelli che si sparano alla tempia. I più preferiscono imbracciare le armi e combattere fino alla vera morte, perché quel luogo è l’ultimo baluardo di speranza per tutti quanti e nessuno vuole cederlo senza lottare. In nessuna battaglia dei fratelli si è sentita così forte la necessità di risorgere per vendicarsi.
Le guide nel frattempo vanno nel panico: sanno che non possono, per il bene della fratellanza, morire tutte quante proprio oggi. Alcune comunque comandano la strenua difesa andando in prima linea a morire e anche a risorgere dando l’esempio a tutti gli altri fratelli. Quelle meno coraggiose si mettono comunque in moto per capire cosa può essere andato storto: ci dev’essere un traditore, una spia interna che rivela al nemico i loro piani e le ubicazioni delle loro basi. Troppi attacchi di sorpresa sono stati eseguiti ai danni dei fratelli con precisione metodica, troppi nascondigli segreti sono stati scoperti e poi distrutti. Ci dev’essere per forza una spia, ma per la portata degli attacchi alcune guide ipotizzano che le spie debbano essere molte di più di una e alcune arrivano a denunciare addirittura una fazione di traditori che, appoggiandosi alla fede nella “resurrezione vendicativa”, permette al nemico di compiere massacri per poi sfruttare la resurrezione dei morti e fare a loro volta piazza pulita. Una guerra senza frontiere fatta di tradimenti e alimentata dal sangue. Altre guide, nel frattempo, si sparano alla testa per farsi esplodere il cervello mentre il nemico avanza come sapesse esattamente dove andare.
L’intervistatrice sghignazza nel frattempo a denti stretti, soddisfatta dalle informazioni che ha ottenuto dal cervello rubato a quel povero fratello.
Dopo l’attacco a sorpresa fecero come al solito la raccolta delle teste della fratellanza ancora intatte, separandole dai corpi morti. Portarono come al solito i cervelli dei cadaveri nello studio dei vari intervistatori, così che potessero formulare le giuste domande e ottenere le informazioni più importanti. Bisognava fare in fretta perché dopo poche ore nel corpo privo di vita anche il cervello si guastava definitivamente e non era più possibile collegarlo per porre le giuste domande. Ma erano ormai ben organizzati: la cernita e la distribuzione e infine l’estrazione dei cervelli erano passaggi di un meccanismo ben rodato e velocizzato.
All’intervistatrice era andata molto bene: il cervello ricevuto apparteneva a un personaggio importante della fratellanza, non una guida ma un soldato capace che sapeva molto. Grazie alla tecnologia impiegata per quell’intervista postuma, il cervello non era capace di mentire e nemmeno di riconoscere la situazione esatta. L’intervistatrice era convinta che l’assurda convinzione dei fratelli di risorgere per vendicarsi, una sorta di fede para-religiosa, faceva sì che accettassero senza troppi problemi la condizione di intervistati pur con l’indelebile consapevolezza di essere morti. Era la loro stessa assurda fede a metterli in trappola e gli intervistatori sapevano sfruttare al meglio questo vantaggio.
Così, grazie alle sue domande il cervello di quel fratello morto aveva rivelato l’informazione tanto agognata: l’ubicazione del quartiere generale. Al Monte Alto! Chi lo avrebbe mai detto! Aveva proprio ragione quel cervello: semplice ma geniale, così vicino alla trincea nemica che non lo avrebbero mai immaginato. Ma, scoperto il segreto, quella prossimità si è rivelata ovviamente fatale per la fratellanza.
La storia personale di quel cervello, però, preoccupa l’intervistatrice: come mai ultimamente le guide raccomandano di ammazzarsi prima di finire nelle loro mani? Hanno forse scoperto la tecnologia che permette loro di intervistare i morti tramite la conservazione del cervello? Sembra assurdo, così assurdo che l’intervistatrice attribuisce questa strategia a un allontanamento dalla fede nella loro “resurrezione vendicativa”. Dev’essere così. Hanno infine capito che la loro fede irrazionale andava a detrimento della loro prestanza bellica, convincendoli ad accogliere la morte con eccessiva rassegnazione invece che combattere fino all’ultimo.
Questa preoccupazione l’intervistatrice se l’è tenuta tuttavia per sé, limitandosi a fornire alle alte cariche le specifiche del segreto del Monte Alto. Sapeva che una scoperta così gli avrebbe procurato un aumento di grado e una vita agiata, perciò non voleva rovinare tutto con inutili congetture. La cosa più importante da trarre nelle interviste è l’informazione nuda e cruda, il resto sono fantasie dei morti. Del resto, dopo l’attacco al Monte Alto avrà tempo per porre altre domande e approfondire l’argomento, dato che il cervello è ancora intatto nel suo studio, più morto che vivo. Oppure non servirà perché uccidendo una guida importante si troverà fra le mani un cervello ancora più prezioso e allora potrà sbarazzarsi di quello già intervistato.
Se l’accusassero, in futuro, di aver trattenuto informazioni importanti per scopi personali, potrà opinare di aver ritenuto prioritaria la fretta di attaccare durante il solstizio d’estate di lì a pochi giorni e concentrarsi solo in seguito a seguire le congetture di quel cervello. È sicura che l’alto comando avrebbe capito immediatamente le sue scelte. D’altronde, il massacro cui sta assistendo sul Monte Alto le sta dando pienamente ragione sull’ordine di priorità: non ha ricordi di un attacco così decisivo contro la fratellanza.
Non sento più la mia intervistatrice e la cosa mi preoccupa. La chiamo da diverso tempo, forse da giorni ma è difficile dirlo con precisione perché questo spazio in cui mi trovo sembra fuori dallo scorrere del tempo. È l’al di là? Sono convinto di sì, una specie di luogo che si trova quando la vita finisce. E allora chi è che mi intervistava? Un angelo? Forse una dea in persona? Sciocchezze. Non credo affatto in queste cose. Non posso permettermi di credere in una dea quando attorno a me c’è una guerra e i miei fratelli muoiono. Rimane il fatto che la mia intervistatrice se n’è andata. Forse allora sono davvero pronto per risorgere e vendicarmi. Pensavo fosse compito della mia intervistatrice indicarmi chi devo uccidere, invece non ha mai fatto cenno a nulla del genere, anzi era molto più interessata alla mia storia personale, come se volesse valutare o scoprire qualcosa.
Non posso dire che mi sto spazientendo perché non sentendo lo scorrere del tempo non posso nemmeno annoiarmi. Eppure questa immobilità mi inquieta, come trovarmi in un limbo da cui non posso uscire da solo. Forse la resurrezione vendicativa deve accadere in un momento specifico. Alcuni fratelli dicono che non è scontato che si ritorni fra i vivi immediatamente, ma che bisogna aspettare un po’ di tempo, forse lo stesso quantitativo di tempo per tutti come fosse una procedura burocratica, oppure un tempo che dipende dalla propria morte o ancora dall’occasione della vendetta. Nessuno lo sa con precisione, nemmeno il mio mentore ne aveva idea. La resurrezione vendicativa è un mistero, quasi un atto di fede da parte della fratellanza. Qualcuno giura di averlo visto succedere, di aver visto un fratello morto combattere ancora per perseguire un nemico specifico, evidentemente il suo assassino. Ma è impossibile fermare i risorti per porre domande.
Eppure con i risorti puoi parlare.
Qualcuno ha risposto ma non era l’intervistatrice, anche perché non ha posto nessuna domanda ma ha solo fornito un’osservazione. Ma la voce è famigliare, mi sembra di conoscerlo.
Certo che mi conosci.
La voce famigliare continua a rispondermi anche se mi sembra di non aver detto nulla. O forse sto parlano? Non so perché ma non riesco a capire se sto pensando fra me e me oppure se sto parlando a voce alta.
Non c’è più alcuna differenza fra le due cose: pensi e parli allo stesso modo. Non hai una bocca per parlare perciò i tuoi pensieri sono parole. È così che ti hanno intervistato.
I miei pensieri sono parole? Non ho una bocca? Immagino possa aver senso dato che sono morto e penso di trovarmi in una sorta di al di là. Ma quindi di preciso chi è che mi ha intervistato? E tu, invece, chi sei?
Non riesci a riconoscermi? So che non puoi vedermi come io non posso esattamente vedere te, ma davvero non riconosci la mia voce? È passato davvero così tanto tempo?
Il mio mentore. Il pensiero mi arriva fulmineo come una rivelazione ma dato che i miei pensieri sono parole esclamo la scoperta con stupore e allora sono assolutamente certo di trovarmi di fronte al mio amato che ho ucciso. I miei pensieri sono parole e ciò significa che la mia è anche una dichiarazione d’amore poiché l’ho appena chiamato il mio amato. Ebbene sì perché in questa indecifrabile condizione post mortem non posso mentire nemmeno a me stesso. Ma se lui è qui, se tu sei qui, significa che sei tornato per uccidermi giustamente e per quanto sia innamorato della morte per mano tua non posso che concludere che io, in realtà, sono ancora vivo. Mi sbaglio?
Io sono il tuo amato e tu sei il mio amato. Certo che ti amo e se non avessimo vissuto una guerra per tutta la vita forse avremmo potuto parlarne. Purtroppo anche il resto di ciò che hai detto corrisponde a verità: non sei ancora morto e io sono risorto solo per ucciderti.
Non posso nascondere la sorpresa di non essere ancora morto: com’è possibile? Ma allora dove mi trovo se non nell’al di là? Ma non posso nemmeno nascondere la gioia di rivederti anche se è per morire. È da quando mi hai chiesto di ucciderti che ho aspettato la tua resurrezione vendicativa, aspettavo la tua venuta per vederti almeno un’altra volta.
Ci tenevo a tornare da te. Ti ho chiesto di uccidermi apposta, proprio per rivederti. Voglio spiegarti un mucchio di cose, segreti che mi hanno tormentato per tutta la vita e che non potevo perdonarmi di nasconderti.
Temevo me lo avessi chiesto solo perché quella maledetta bomba ti aveva privato delle mani.
Nient’affatto. Già allora le nostre informazioni ci rassicuravano che dopo poco tempo il cervello estratto dai nostri cadaveri sarebbe stato inutilizzabile per i nemici. In ogni caso, le informazioni contenute nella mia testa erano davvero troppo importanti per finire nelle loro mani.
Il nostro cervello in mano nemica? Ma di cosa stai parlando? Eppure mi rendo conto solo ora che è esattamente ciò che potrebbe essermi accaduto: sono morto in battaglia dopo aver mandato il mio salvatore a guidare i superstiti al Monte Alto, ma poi il mio cervello è stato estratto ed è stato interrogato dall’intervistatrice. Quali informazioni gli ho rivelato? Tutte quante! Gli ho raccontato del Monte Alto!! Mi devi perdonare, la fratellanza mi deve perdonare!
Non ti devi preoccupare, era un’eventualità che avevamo previsto.
Cosa intendi dire? Sapevate che avrei regalato il cervello al nemico?
Avevamo tenuto in conto che sarebbe potuto succedere, a te come a molti altri fratelli ormai troppo legati all’arma della “resurrezione vendicativa” per rinunciarvi e spararsi in testa. Io sapevo che il nemico aveva la tecnologia per interrogare i cervelli dei nostri fratelli: le spie di cui tanto si parlava non erano altro che i nostri cadaveri. Volevo dirlo anche a te, ma era di vitale importanza che il nemico in alcun modo scoprisse che sapevamo del loro sporco trucco.
Ecco perché ci tenevi così tanto che mi togliessi la vita prima di morire per mano nemica: non volevi che io spifferassi le informazioni che mi avevi fornito. Non volevi che diventassi una spia, cosa che alla fine sono davvero diventato. Ho tradito tutti quanti, eppure ciò che mi fa più male è che la tua premura era solamente proteggere ciò che avevo nella scatola cranica.
Ti sbagli di grosso! Volevo che tu accettassi di suicidarti in battaglia non per proteggere la conoscenza che ti avevo impartito, ma per proseguire insieme sullo stesso cammino! Quando sei andato al Monte Alto speravo che, appurando la tua dedizione alla causa della fratellanza, le più alte guide accettassero di condividere con te il segreto del nemico, così che fra di noi non ci fossero più segreti. Invece hai insistito sull’importanza della “resurrezione vendicativa” e io non ho più potuto condividere con te le strategie future di battaglia. Avevo bisogno di te, ti volevo al mio fianco, ma non potevamo più stare vicini come una volta a causa della nuova tecnologia nemica. L’unica cosa che ho sempre sperato e infine per fortuna ho ottenuto è stata una dolce morte per mano tua, così che ora ho potuto tornare e chiederti perdono.
Nonostante ciò mi devi uccidere, è così che funziona la resurrezione.
Nonostante ciò ti devo uccidere, sì.
Ma come posso espiare la colpa di aver rivelato al nemico l’esatta ubicazione del nostro quartiere generale? Non potrò mai perciò per piacere uccidi subito questo maledetto mio cervello!
Come ti ho detto avevamo tenuto in conto della possibilità che il cervello tuo o di qualcun altro sarebbe stato regalato al nemico. Abbiamo infatti già provveduto a spostare il quartier generale e a rimandare a date più intermittenti la riunione delle guide, anche se il Monte Alto è rimasto un raduno importante per un gran numero di fratelli. Il racconto della tua storia personale avrebbe potuto far emergere che la fratellanza è ormai a conoscenza della tecnologia del nemico, dato che il suicidio in battaglia è stato un dissidio importante nella tua vita. Ma evidentemente chi ti ha intervistato ha scelto per qualche ragione di non dare troppo peso a questa eventualità, forse per attaccare più repentinamente il Monte Alto.
Vuol dire che hanno già attaccato il nostro formidabile quartier generale?
Te l’ho detto, non è più la sede del nostro quartier generale che invece è ormai decentralizzato e sparso in diversi settori. Però sì, l’attacco al Monte Alto sta avvenendo in questo momento e tantissimi nostri fratelli stanno combattendo più strenuamente che mai per proteggere quel luogo così simbolico.
Non potrò mai perdonarmi di aver fatto la spia, eppure allo stesso tempo sono contento che un gran numero di fratelli torneranno dalla morte per vendicarci tutti quanti. Vendicheranno i loro assassini, ma vendicheranno anche il mio tradimento involontario. Così spero che la loro vendetta possa espiare alle mie dannate colpe. So che il loro sangue macchia anche la mia morte, ma la “resurrezione vendicativa” mi dà nuovamente conforto e speranza in una futura vittoria.
Non sono più interessato a queste cose, ormai sono morto. Ormai anche il mio tempo da morto sta per scadere e devo ucciderti.
Come puoi non essere più interessato a queste cose? Ora che sei morto ti ritieni superiore alla guerra, addirittura alla morte dei tuoi fratelli, addirittura alla pace?
Non è così, te lo assicuro, ma quando muori e risorgi per vendicarti ti rendi semplicemente conto che questa “resurrezione vendicativa” non è affatto una prerogativa della fratellanza ma della nostra specie tutta, anche dei nostri nemici, anche se sembrano esserne per qualche motivo più all’oscuro di noi.
Cosa intendi dire? Che anche loro risorgono ogni volta per vendicarsi di noi? Ma allora è un ciclo infinito, non potrà esserci nessun vincitore, nessuna pace!
Lo so bene, i morti tornano sempre per chiedere vendetta dei propri assassini. Non è possibile spezzare la catena vendicativa, perciò questa guerra è in definitiva senza alcun senso.
«Quando nessun morto tornerà per avere vendetta, allora il mondo sarà in pace» ma questo non accadrà mai! Non posso accettare di aver vissuto una guerra del genere. Ti prego ora adempi alla tua resurrezione e uccidimi, ché la morte per mano tua è l’unica che posso accettare.
Quando nessun morto tornerà per avere vendetta, allora il mondo sarà in pace.
