Cinema

Eco-villains nel cinema contemporaneo

In Saggio sul principio della popolazione e i suoi effetti sullo sviluppo futuro della società, pubblicato nel 1798, Thomas Robert Malthus sostenne che la crescita della popolazione (di una nazione o anche del mondo) è più veloce della crescita della disponibilità alimentare, perciò un aumento demografico incontrollato avrebbe portato alla scarsità di accesso alle risorse. Non serve essere uno storico dell’economia per sapere che questa tesi è stata ripresa più volte per segnalare il pericolo della sovrappopolazione mondiale, che avrebbe portato allo scarso accesso di risorse non solo alimentari ma anche energetiche. Non sorprende, dunque, che il malthusianesimo sia una linea rossa che cuce insieme numerosi villain e super-villain del cinema occidentale contemporaneo.

L’idea di limitare la crescita demografica o, più spesso, di decimare la popolazione mondiale è un’ossessione di molti cattivoni in film come Kingsman – Secret Service (2014), Fast & Furious – Hobbs and Shaw (2019), Venom (2018), Avengers: Infinity War (2018) o nella serie Utopia (2013-2014 e 2018). È un’idea relativamente recente che ha nutrito le ragioni di numerosi antagonisti cinematografici che si sono guadagnati l’appellativo di eco-villains e che in qualche modo rappresenta un’evoluzione non tanto dal classico magnate capitalista nemico di 007 mosso da ragioni politiche o economiche, quanto dai misantropi di certo cinema fantascientifico che vedono nell’umanità solo il male da estirpare.

La distanza che separa il classico Ultimatum alla terra del 1951 dal suo remake del 2008 può farci comprendere come sia cambiata la figura del villain nel cinema: se nel film prodotto pochi anni dopo la Seconda Guerra Mondiale Klaatu, l’alieno disceso in terra (in una chiara riscrittura biblica), predica la pace in Terra fra gli uomini minacciando le rimostranze di una Confederazione Galattica che potrebbe eliminare il pianeta in caso di un’espansione della Guerra, nel remake del XXI secolo l’alieno discende dalla sua navicella per salvare sì la Terra, ma dalla razza umana che minaccia gli ecosistemi naturali. Lo scarto di mezzo secolo qui non potrebbe essere più chiaro: il Cambiamento Climatico ha ricombinato le carte e la minaccia che gli eroi devono affrontare non è più la guerra in sé (non è difficile ricordare come la guerra nucleare sia stata la posta in gioco di quasi tutti i grandi spy-movies realizzati durante la Guerra Fredda) ma l’Emergenza ambientale. Il peccato capitale umano non è più la guerra, ma il male che fa al pianeta.

Rappresentare la minaccia naturale

Anche se Ultimatum alla Terra del 2008 non ha avuto grande fortuna né tra il pubblico né tra la critica, possiamo prendere l’alieno interpretato da Keanu Reeves come un buon esemplare di antagonista per i blockbuster a venire.

I temi del Cambiamento Climatico si sono intrufolati nel grande schermo attraverso film catastrofici come The day after tomorrow o 2012. Come afferma Marco Malvestio: «l’immaginario ecologista si modella sin dai suoi albori intorno a una retorica apocalittica», fu dunque inevitabile che le prime rappresentazioni cinematografiche di sapore ecologista fossero all’interno del filone catastrofico. Prevedere che questi temi vengano portati avanti da cattivoni del cinema non è invece così scontato ma è qua che l’esempio di Klaatu può aiutarci a capirne l’evoluzione.

Imprevedibili inondazioni, uragani, tempeste, terremoti, tsunami differiscono così tanto dalla nostra quotidianità e dalla nostra rappresentazione ordinata di come funziona il mondo che, come suggerisce Amitav Ghosh in La grande cecità, sono state derubricate come temi della fantascienza, esternalizzate dal racconto borghese dove l’uomo è l’unico soggetto della storia. Da questa analisi di Ghosh non ci smuoviamo ancora: dal disaster movie all’eco-villain rimaniamo sempre in ambito fantascientifico in tutte le sue declinazioni. I film catastrofici sono tra i pochi in cui, effettivamente, la natura fa da protagonista o, meglio, da antagonista rispetto ai nostri eroi umani, ma rimane un’esternalità, così come il nostro sistema sociale e culturale continua a dipingerla: una “cosa” o un insieme di “cose” che sono “là fuori”, da ammaestrare, da coltivare, da usare, da dominare, da studiare e anche da cui proteggersi e infine da proteggere.

Sempre nel suo Raccontare la fine del mondo dove passa in rassegna i vari modi in cui la fantascienza ha raccontato l’apocalisse, Marco Malvestio prende in analisi anche i racconti dove sono le piante a prendere il sopravvento sull’umanità. Caso esemplare è The Happening, l’horror di M. Night Shyamalan sempre del 2008, dove le persone, per nessuna apparente ragione, iniziano a suicidarsi in massa. Solo alla fine i protagonisti si rendono conto che i suicidi sono causati da una tossina emessa deliberatamente dalle piante. Il film è un clamoroso insuccesso di critica e di pubblico: «il suo fallimento ha origine proprio nella nostra difficoltà a immaginare l’agentività del mondo delle piante, e a rappresentarla, dunque può fungere da esempio in negativo». Nel corso del film, in effetti, viene supposto più volte che sono le piante a essersi ribellate e a causare la rovina, eppure nessuno, né tra i personaggi né tra gli spettatori, può prendere sul serio una supposizione del genere. L’horror di Shyamalan, proprio nel suo fallimento, mostra quanto sia difficile non solo rappresentare, ma anche immaginare l’agentività della natura, a meno di spettacolarizzarla al massimo come succede nel filone catastrofico.

Il problema è che la “agenda” del Cambiamento Climatico ha tempi molto più dilatati di quanto possiamo umanamente concepire, molto più lunghi di una vita singola e di certo molto più estesi di un paio d’ore cinematografiche. Per questo la tendenza ovvia è quella di spettacolizzarla per renderla appetibile, dotarla di volontà per renderla comprensibile (le piante di The Happening vogliono vendicarsi dell’uomo) oppure, infine, antropomorfizzarla.

L’antropomorfizzazione della natura è l’ultimo escamotage cinematografico di cui possiamo vedere in Klaatu una sorta di precursore. Come le piante dell’horror di Shyamalan, anche l’alieno vuole eliminare l’umanità per salvare la natura, ma in questo caso la sua figura è veramente umana, così da dotarlo di una specifica volontà (tant’è che alla fine deciderà di risparmiare l’umanità) e una specifica missione che dura un lasso di tempo più maneggevole.

Possiamo leggere anche Avatar (2009) come film ecologista in questo senso, a patto però di sorpassare lo strato coloniale di invasori che minacciano la vita di nativi. Qui la situazione è diametralmente opposta a quella di Ultimatum alla terra: siano noi umani a essere gli alieni in un altro pianeta. Non sarebbe bastato però dire che, per ottenere la risorsa cercata, gli umani avrebbero dovuto abbattere ecosistemi: troppo simile a quello che succede nella Terra e torna il problema della rappresentazione della natura. È necessario che il popolo alieno stesso, i Na’vi di Pandora, siano antropomorfizzazioni blu della natura locale, per mostrare la sofferenza dell’ecosistema minacciato, con tutta l’incomprensione antropologica che ne comporta.

In Aquaman, film del 2018 sul supereroe marino della DC, l’antagonista vuole a sua volta vendicarsi dell’umanità che vive sulla terra per l’inquinamento dei mari. Si tratta di un eco-villain vero e proprio che però non ha motivazioni malthusiane come la maggior parte dei suoi colleghi, ma è spinto da una vendetta più simile a quella delle piante di Shyamalan. Di nuovo, qui la natura è antropomorfizzata, dotata di sentimenti che rispecchiano quelli umani, inserita in un tempo che non è quello impossibile delle ere geologiche.

Antropomorfizzazione e incarnazione

L’antagonista di Aquaman non perde molto tempo a spiegare le sue motivazioni, la sua rabbia sfocia immediatamente e la sua sete di vendetta fa subito presa sul pubblico. È una caratteristica anche degli altri eco-villain: poche frasi per spiegare le proprie motivazioni che però fanno subito presa sui temi ecologisti, quindi immediatamente compresi dal pubblico. Thanos, il villain degli Avengers, è forse il personaggio tra quelli citati con cui passiamo più tempo in termini per lo meno di minutaggio, eppure nemmeno a lui servono grandi giri di parole per spiegare che il raggiungimento del suo obbiettivo, ossia il dimezzamento casuale delle forme di vita, farebbe nascere una società con più risorse e quindi più ricca e giusta. Il mad titan della Marvel è ossessionato dall’idea di “equilibrio”, da perseguire prima di tutto nei rapporti con le risorse naturali. Anche se l’alieno viola estende il malthusianesimo a una scala intergalattica, non è difficile intravedere il linguaggio ecologista, piegato per farlo apparire oppressivo. Anche Valentine, il cattivo di Kingsman, film di spionaggio fortemente ispirato dai classici 007, in combutta con una non precisata élite politica e finanziaria, pianifica di far sterminare la maggior parte della popolazione mondiale proprio per evitarne il collasso sociale.

Sono villain che riprendono molto vagamente le idee di Malthus per usarle come arma cinematografica, ma cos’hanno in comune con Klaatu? Sono declinazioni successive di come vengono rappresentati i temi del Cambiamento Climatico nel cinema hollywoodiano. Schematizzando forse eccessivamente, se in una prima fase si è tentati con la rappresentazione diretta della natura nel filone catastrofico, la seconda fase è inaugurata dall’antropomorfizzazione di Klaatu. Thanos e Valentine non sono certo vere e proprie antropomorfizzazioni di un certo sistema naturale (come invece lo sono Klaatu, i Na’vi e anche il cattivo di Aquaman) ma piuttosto incarnazioni di certe paure e ansie sociali riguardo l’ecologia. Questi personaggi portano alle estreme conseguenze certe rivendicazioni ecologiste ma rivisitandole con un colpo d’ascia riduzionista: il problema numero uno è la sovrappopolazione.

Questo riduzionismo malthusiano offre la spola alla misantropia ma anche a una certa lettura biblica dell’apocalisse con riferimenti cristiani che troppo spesso impregnano l’ecologismo stesso. Le intenzioni degli eco-villain non rappresentano solo un lavoro di riduzione demografica per il controllo delle risorse, ma celano un intento punitivo nei confronti di un’umanità che non è capace di trovare il giusto equilibrio con il proprio ambiente. La famigliarità con cui ci approcciamo alle ragioni di Thanos non è data solo dalla maturazione di una certa antropomorfizzazione di una natura vendicativa, ma dalla sua incarnazione filmica dell’angelo apocalittico. Per questo Klaatu è così precursore di queste figure (con tutti i suoi difetti, non voglio osannare questo film): il suo farsi carico della vendetta della natura nei confronti dell’uomo è anche un farsi carico di punire l’umanità per i suoi peccati; la sua discesa dal cielo, con il riferimento biblico così chiaro almeno nel film originale, calza già a pennello.

Ciò che principalmente colpisce di questi film è l’assenza di una soluzione da parte dei nostri eroi. Certo si battono per salvare l’umanità ma non offrono mai una risposta al cattivo di turno che crede che sterminare parte della popolazione mondiale possa aiutare la società del futuro. Senza pretendere che degli action-movie si dilunghino in disquisizioni ecologiste, è una questione che il cinema lascia pendente, come fosse una proposta peccaminosa su cui è meglio non soffermarsi. Eppure, è giusto tenere presente che proposte del genere fremono in certi ambienti radicalizzati, andando a nutrire quello che viene definito ecofascismo che mischia questioni ecologiche con posizioni identitarie e razziste.  

Cinema e realtà

Un ecologismo impregnato di messaggi apocalittici in senso cristiano è un’eredità di lunga data di certo millenarismo ambientale, che vede nell’ora X della Crisi Climatica uno sconvolgimento che cambierà il mondo e che soprattutto punirà con un’intenzione quasi divina questa umanità cieca ai danni recati all’ambiente. Sarebbe da approfondire a lungo questo rapporto tra ecologismo e messaggio cristiano, ma non è questa la sede. Ci basta per ora appurare come per i blockbuster hollywoodiani sia risultato del tutto naturale catalizzare i temi ambientali in una perversa incarnazione dell’apocalisse biblica, che utilizza un malthusianesimo ridotto e radicale per fare presa sulle nostre ansie e paure. I nostri eroi del grande schermo non hanno di che rispondere ai loro antagonisti, perché come (quasi) tutti noi di fronte all’apocalisse ecologica siamo piegati dal peccato capitale del danno ambientale.

Almeno, questo è il messaggio che un certo subconscio cinematografico sembra lasciar correre, alimentando il millenarismo ambientale, un malthusianesimo ecofascista da strapazzi e l’ansia da fine del mondo senza rimedio. Da spettatori perversi rifiutiamo la follia di progetti di sterminio, ma allo stesso tempo siamo ammutoliti di fronte all’angosica del peccato ecologico umano e dal ventilato pericolo della sovrappopolazione. Nessuna combriccola di eroi o super-eroi riesce ad alzare la voce per dimostrare che il progetto genocida degli eco-villain è sbagliato non solo nella forma ma anche nel contenuto, bensì si limitano a fermare la minaccia incombente, a resistere per conto dell’umanità. Questa mitologizzazione della resistenza non può che far pensare alla critica di Nick Srniceck e Alex Williams contro quella che, in Inventare il futuro (2015), definiscono folk politics, ossia la politica dell’immediatezza che ha caratterizzato moltissimi movimenti di sinistra degli ultimi decenni, cui manca, secondo la loro formula, una progettazione di un futuro politico e sociale a lungo termine. Questa mancanza è già sottolineata dagli eroi hollywoodiani che, con un bagaglio di valori molto più etici e morali degli eco-villain che affrontano, non formulano alcuna risposta adeguata alla crisi maltusiana, concentrandosi solamente sulla soluzione immediata.

Utopia, una serie del 2013 ideata da Dennis Kelly, rientra solo tematicamente in questo articolo. Qui, però, l’argomento è svolto in maniera molto più disturbante, sia perché gli antagonisti non hanno un obbiettivo di per sé genocida ma solo di sterilizzazione globale, sia perché sono i nostri stessi eroi a nutrire dubbi sulla convenienza di fermare un piano così diabolico. Qui sembra posta sul serio la domanda se un controllo demografico così efferato possa essere utile per prevenire la crisi prossima alla fine delle risorse energetiche. A differenza dei blockbuster hollywoodiani, Utopia non fa semplicemente utilizzo del millenarismo ambientale per alimentare il suo villain, ma pone la questione morale direttamente agli spettatori. È solo un peccato che sia l’originale sia il remake del 2020 non siano riuscite a giungere a una conclusione, eppure la doppia cancellazione della serie sembra in qualche modo rispecchiare la mancanza di risposte non solo cinematografiche, ma anche politiche e sociali a questi temi.

Nella realtà, Fridays For Future e Extinction Rebellion e altri movimenti hanno preso le distanze da questa idea che il mondo abbia un problema di sovrappopolazione, argomentando come la disponibilità alimentare superi già di molto il fabbisogno globale: è solo tragicamente mal distribuita. Eppure, la serpe del “controllo demografico altrimenti le risorse non bastano per tutti” continua a strisciare nel subconscio sociale, ben espresso da certo cinema contemporaneo.