Avatar e antropologia aliena
«I am the king of the world!» furono le parole del breve discorso di ringraziamento con cui James Cameron, già celebre regista creatore della franchise di Terminator, accolse l’Oscar al Miglior Film nel 1997 per Titanic, campione di incassi al botteghino. Possiamo solo immaginare cosa avrebbe gridato se avesse vinto lo stesso premio con Avatar, film che realizzò dopo un silenzio produttivo lungo 12 anni e che surclassò gli incassi al botteghino del precedente (e che, tra l’altro, è sceso solo recentemente in seconda posizione).
Questo stacco temporale tra Titanic e Avatar sembra quasi voler giustificare il differente registro dei due film: il primo un dramma d’amore sullo sfondo di un racconto sociale di disuguaglianza, il secondo un racconto ecologico di contrasto tra uomo e ambiente sullo sfondo di un dramma d’amore; il primo è una ficiton tratta da una tragedia realmente accaduta nel passato, il secondo un’allegoria ambientata in un pianeta alieno in un futuro lontano. Ma questo salto cronologico non è stata affatto una pausa. Sembra invece che l’idea di Avatar sia nata addirittura prima dell’uscita di Titanic, ispirata alla saga John Carter di Marte di Edgar Rice Borroughs (il creatore di Tarzan) che parla delle avventure di un eroe solitario in un mondo alieno. L’idea iniziale si è poi sviluppata nel corso degli anni e ha dovuto attendere che la tecnologia della computer graphic fosse all’altezza per rappresentarla.
Credo che buona parte del successo del film sia legato al fatto che il mondo creato dalla mente di Cameron, il cosiddetto “world building”, sia profondamente credibile, almeno in senso fantascientifico. Il racconto ci introduce in una cultura aliena, in un mondo dove l’intero ecosistema si muove e vive, dove nulla è artificiale o aleatorio: ogni elemento trova il suo posto e ha la sua logica di connessioni nella struttura della società dei Nav’i, gli alieni blu del pianeta Pandora. Personalmente, da appassionato dell’opera di Miyazaki, mi piace pensare che Cameron abbia studiato da vicino la sua opera, per rappresentare con così tanta naturalezza un mondo così immerso nella natura.
Lasciamo perdere per un attimo il significato più evidente del film, quello ecologico, e proviamo a sondarne la materia politica: non è possibile ignorare, per esempio, quanto il mondo dei Nav’i sia ispirato all’immaginario dei nativi americani. Questa considerazione colloca saldamente il film nel filone di denuncia dell’invasione bianca ai danni degli indiani, una sorta di Pocahontas (1995) aggiornato. Jake Sully (Sam Worthington) è il nostro John Smith spaziale, il protagonista che dovrà fungere da ponte fra i due mondi che si scontrano. In entrambi i film c’è un interesse femminile che li porterà non solo a conoscere una nuova cultura, ma a scoprire un contatto con la natura che il mondo degli invasori ha dimenticato. In entrambi i film c’è un cattivo bidimensionale che vuole solo conquistare.

Il finale delle due pellicole può essere significativo per riflettere sulla differenza fra i due: John Smith, un inglese biondo con gli occhi azzurri e con una solida reputazione in madrepatria, dopo aver quasi dato la vita per salvare i nativi e convinto i coloni a rinunciare all’invasione, fa ritorno in Inghilterra: nonostante l’amore per Pocahontas, non c’è futuro per lui in un mondo che non gli appartiene. Ma il film animato della Disney è tratto da una storia vera. Jake Sully, sul filone del cinema hollywoodiano odierno iper-individualista e super-eroico, non solo salverà il popolo di indigeni, ma caccerà con la forza gli invasori; non solo riuscirà a integrarsi perfettamente tra i nativi ma ne diverrà il capo leggendario. Jake Sully non ha una reputazione in patria cui tornare, non è nemmeno biondo dagli occhi azzurri, al contrario: è un ex-marine che ha perso l’uso delle gambe. Il suo “super-potere” in questo film non è quello di essere un avatar geniale che comprende gli usi e costumi di un popolo alieno, nemmeno quello di divenirne il capo leggendario, ma quello di poter indossare una nuova pelle, nonplusultra dell’integrazione tra etnie. Se il colore della pelle è un campo di battaglia su cui si scontrano pregiudizi razziali e storie di popolazioni, in questo film allegorico il protagonista riesce a pacificare questo contrasto.
Con la chiave di lettura di Avatar, scopriamo che i limiti del ruolo di ponte culturale di John Smith stavano nel colore della sua pelle che lo ancorava indissolubilmente al mondo degli invasori. Jake Sully, invece, cambia pelle e trova la sua identità nel nuovo mondo. È un super-potere che ogni antropologo o mediatore culturale vorrebbe avere. Se Bronislaw Malinowski, antropologo nella Melanesia durante gli anni ’10, teorizzò il metodo di ricerca della “osservazione partecipante” che rivoluzionò quello che era l’incontro con l’altro agli inizi del ‘900, quello di Jake Sully è l’impossibile livello ideale: l’osservazione (quindi lo studio) è davvero accurato perché la partecipazione è totale, non più ostacolata da limiti “fisiologici”. Dal punto di vista metaforico, è una chiave di lettura molto potente, perché esprime l’idea che la risoluzione dei conflitti culturali passi attraverso una totale comprensione delle parti, sondata con l’ascolto di voci diversificate, ma praticamente è tragica, perché suggerisce l’impossibilità dell’inclusione totale a meno di non cambiare pelle.

Lo stesso Malinowski, elevatosi ormai a figura leggendaria tra gli antropologi, nei suoi quaderni pubblicati postumi ma scritti durante la ricerca, si lamenta del disagio e delle numerose difficoltà incontrate nel comprendere e nel vivere tra i nativi trobriandesi. La pubblicazione di tali diari contribuì grandemente a sfatare non solo il mito dello stesso ricercatore, ma soprattutto l’ideale scientifico dell’incontro perfetto tra studioso e studiati, privo di pregiudizi e incomprensioni. In Avatar, Jake Sully non ha preconcetti o pregiudizi, proprio perché il regista non si preoccupa di appesantirlo con una backstory, non sente la nostalgia di casa perché una casa, fosse anche la Terra, non è mai mostrata. Per di più, di nuovo, non esiste il disagio inevitabile che Malinowski provò nell’incontrare il suo “alieno”: Jake Sully incontra il diverso da sé ma i Nav’i lo percepiscono immediatamente come uno di loro, come un compagno perduto, almeno per la somilianza che notano.
In questo Occidente in piena crisi d’identità, il super-potere di questo Colossal campione d’incassi è quello di integrarsi facilmente nelle altre culture e di poter abbandonare il proprio mondo bianco, iper-tecnologico, privilegiato, per abbracciare una cultura meno cinica e più naturale. Il nostro super-soldato non ha un attimo di esitazione ad abbandonare il proprio vecchio mondo, non solo per il motivo banale della possibilità di poter usare le gambe nel suo nuovo Avatar, ma soprattutto perché non sente alcun legame culturale o affettivo nel mondo dei suoi simili. D’altra parte, nella trama, questo super-potere lascia i nativi nella passività quasi completa. In un pianeta alieno dove gli indigeni sembrano non essere in grado di esprimersi da soli, è l’invasore (il bianco occidentale) a doversi sobbarcare il compito di cambiare pelle, giudicare le proprie passate intenzione, comprendere la cultura degli invasi e salvare la situazione.
