Ricordo delle manifestazioni per la Palestina tra settembre e ottobre
Spero non siano delle memorie per un movimento defunto seppur ancora neonato, ma solo la messa per iscritto di ciò che ricordo e non voglio dimenticare del momento storico che l’Italia ha vissuto per le manifestazioni di massa tra fine settembre e inizio ottobre. Messa per iscritto che quindi non vuole essere analitica e nemmeno definitiva nelle prese di posizione, ma solo un promemoria confuso, un po’ a caldo un po’ a freddo, di ciò che ho, abbiamo, hanno vissuto.
Diamo una data: 22 settembre, lo sciopero generale più vasto di cui ho memoria, ma l’appuntamento che ha coinvolto più di 70 città italiane è stato anticipato da numerose manifestazioni che hanno preparato il terreno e che si sono attivate con frequenza sempre maggiore e sempre più partecipazione almeno dallo scoppio della guerra Israele-Palestina ad ottobre 2023. In seguito, il rinnovato sciopero del 3 ottobre, a brevissima distanza ma altrettanto partecipato (se non di più? Non trovo dati certi), ha creato continuità con un fermento antibellicista pronto a farsi sentire.
Diamo un luogo: Torino, perché è la città in cui ho vissuto tutto in prima persona, ma anche Milano perché lì si trova la vetrina rotta martirizzata dai media nazionali per distogliere dalle ragioni dello sciopero. Ovviamente anche Roma, perché centinaia di migliaia di persone sono scese ad occupare la città in segno di solidarietà al popolo palestinese e ovviamente anche il Mediterraneo, che la missione di iniziativa civile della Sumud Flotilla ha per una volta trasformato da fossato invalicabile della Fortezza Europa a ponte di speranza per portare aiuto agli oppressi. Infine, come in un gioco di specchi, il luogo specifico dell’esperienza personale non può essere separato dal luogo dove accadono gli avvenimenti della geopolitica, in questo caso ovviamente la Striscia di Gaza ma anche gli intrecci internazionali che non hanno un sito geografico ma un peso enorme sulla vita di tutti.
Il movimento che esprime solidarietà al popolo palestinese e denuncia il genocidio perpetrato dallo stato di Israele sembra fiorire in Italia più che in altri paesi anche europei e le ragioni si vedono più che nelle motivazioni nelle modalità di espressione: lo sciopero, il blocco, la solidarietà umanitaria, il pacifismo, l’antisionismo e l’antitrumpismo, la manifestazione in piazza sono in esplicito contrasto con le tendenze politiche, o almeno governative, degli ultimi anni. Un governo – quello di Meloni ma in continuità con quelli precedenti – che reprime a suon di leggi securitarie il diritto di manifestare, imbavaglia anche i media già asserviti, precetta uno dopo l’altro gli scioperi dei trasporti, normalizza la xenofobia e gli accordi criminali in contrasto all’immigrazione, approfitta dell’economia della guerra fomentandola e si allinea in generale con la destra neofascista internazionale. A vederla così, in questo contrasto netto che c’è in Italia tra potere sempre più autoritario e ribellione dal basso, sembra che anche la grossa partecipazione italiana alla Sumud Flotilla abbia risposto a questo richiamo solidale in puro contrasto con gli embarghi dei migranti che viaggiano nelle acque del Mediterraeo, come se una genetica ribelle abbia voluto manifestare il rifiuto di questa eredità politica che dura ormai da più di un decennio.
E allora sì scendiamo in piazza: manifestiamo la nostra solidarietà alla Palestina mentre difendiamo anche il nostro diritto di manifestare.
E allora sì blocchiamo tutto: ostacoliamo i trasporti e le strade e ogni via di scambio che fa funzionare l’economia di questo Paese perché sembra sempre che solo la ragione economica possa suscitare una reazione.
E allora sì denunciamo quello che sembra il primo genocidio in diretta social, una violazione dei diritti umani così lampante che non può che essere un criminale negazionista chi non prende posizione.
E allora sì: scioperiamo.
Come uno strano spettro marxiano che è stato rimosso dal presente, non più impugnabile nell’arsenale della resistenza politica, tutt’al più relegato alla ristretta e fastidiosa cerchia dei trasporti, lo sciopero ha fatto nuova irruzione nel linguaggio non solo politico, ma anche in quello lavorativo quotidiano. Forse proprio per reazione al tentativo sempre più sfacciato di svuotarlo di significato da parte del governo, lo sciopero ha rotto gli argini entro cui sembrava costretto e ha inondato il discorso pubblico come vero e materiale strumento di protesta. Ogni settore del lavoro si è trovato a imparare come gestire l’astensione, ogni lavoratore si è potuto sentire responsabilizzato per lo meno nei limiti di ciò che precariato e povertà galoppante hanno permesso.
Il recupero dello sciopero nazionale e del blocco, assieme all’urgenza di difendere il diritto di manifestare, è già l’eredità più importante di questo movimento che si esprime contro il genocidio e per non confondere chi muove l’accusa di strumentalizzare la causa palestinese per fini interni o politici ricordo sin da subito che «ogni lotta aiuta un’altra lotta» in una seminalità di intenti e idee che possono fare il giro del mondo.
La bella citazione proviene da Rossa Palestina una canzone scritta dal poeta e musicista Umberto Fiori nel 1973, suonata e cantata invariabilmente almeno una volta per ogni manifestazione cui ho partecipato (sono sicuro sia più o meno normalmente diffusa anche nelle manifestazioni di altre città). Per arrivare alla parte più testimoniale di questo scritto, direi che il tono della canzone ha sempre permeato lo spirito di scendere in piazza: un’energia positiva e palpabile che lega tutt3 quant3 nel tentativo di fare qualcosa di buono nel mondo, accentuata dalla specificità geografica di dove e a chi quel supporto lo si voglia portare. La datazione della canzone, d’altro canto, suggerisce da una parte la continuità ricercata con un modo di fare lotta sociale che nel regime neoliberista abbiamo pressoché persa (una sorta di nostalgia della resistenza?), dall’altra la storicità della cosiddetta “Questione israelo-palestinese”, che torna – la mia deformazione teorica basata su Mark Fisher mi spinge a vedere spettri ovunque – a incalzare il presente.
Tale Questione ha la q maiuscola non solo perché attraversa tutta la nostra storia contemporanea, ma anche perché la caratterizza: riflette sia il senso di colpa degli occidentali nei confronti degli ebrei, sia il senso di persecuzione di questi ultimi, sia la diffidenza xenofoba verso gli arabi invariabilmente tacciati di terrorismo. Tale Questione avanza interpretazioni differenti della storia contemporanea, di Israele e quindi dei rapporti di questo stato con l’Occidente, ma anche della storia globale, includendo le Crociate e le fondamenta culturali religiose. Proprio queste sono interpretazioni dirimenti, che aprono spaccature e divisioni nella società stessa, tanto che sembra che proprio lì, in un lembo di terra lungo poco più di 40 kilometri (se consideriamo solo la Striscia di Gaza), si giochi la continuità e la definizione stessa dell’imperialismo occidentale, della guerra per procura contro gli arabi, della pace secondo UE e USA, del diritto internazionale. La Questione diventa facilmente un simbolo dei problemi globali che attraversano tutta la storia del capitalismo.
Sul filo di queste spaccature interpretative si muovono le manifestazioni in Italia, tanto che si potrebbe aprire un dibattito sul significato del canto spesso urlato durante le marce della Palestina libera «dal fiume fino al mare»: libera da cosa? «Dagli ebrei» dice chi accusa il movimento di antisemitismo; «dal sionismo» dice chi auspica per la regione la cancellazione di un’ideologia che identifica una nazione con una sola religione in quel luogo.
Allo stesso tempo, queste spaccature dividono di netto la politica dai manifestanti che, per chiarire, sono composti non solo da giovani studenti, ma anche famiglie, anziani, lavoratori, stranieri. In uno dei maggiori fornitori di armi a Israele, in uno dei pochissimi Paesi a non aver riconosciuto lo stato palestinese (riconoscimento che in ogni caso non sarebbe e non è affatto risolutivo), il governo italiano non si smuove di un millimetro e, anzi, reagisce come al solito sfoderando un sempre più efferato e repressivo stato di polizia. In numerose manifestazioni l’obbiettivo è chiaro e dichiarato: occupare gli snodi del traffico, creare disagio alla circolazione delle merci e delle persone. Quando si tratta di arrivare alle stazioni e marciare sui binari la polizia si asserraglia per non far passare nessuno, oppure preferisce farlo anche prima, come è successo il 3 ottobre a Torino, lanciando lacrimogeni al corteo prima che arrivasse nei pressi di Porta Susa. Il mio approccio all’attacco delle forze dell’ordine era così naïf che ho dapprima pensato a dei fuochi d’artificio, solo dopo, quando ho visto la nebbia fitta avvolgere la piazza, manifestanti che lacrimavano in preda al panico e ho iniziato a sentire anche io il bruciore, ho capito cosa stava succedendo.
Il lancio di lacrimogeni, più o meno preventivo, contro un corteo così partecipato a un’ora così tarda la sera, ha conseguenze lampanti sul carattere della manifestazione: la tensione e la rabbia si fanno palpabili, i manifestanti mascherati (infiltrati o solo teste calde?) che mirano a rompere vetrine e provocare la polizia si moltiplicano e sono più difficili da tenere (nonostante il tentativo da parte della maggioranza ci sia), la protesta inizia a indirizzare più astio contro le forze dell’ordine, la paura si mescola alla volontà coraggiosa di voler affermare la propria presenza in piazza. La china si fa più pericolosa e infatti in piazza Castello la polizia non ci pensa due volte a lanciare altri lacrimogeni per ripetere a modo loro ciò che gli organizzatori avevano già annunciato: che il corteo era finito.
All’ennesimo lancio di lacrimogeni, seguito volentieri da manganellate a chi si avvicina troppo, la gente si disperde davvero ma è a quel punto che personalmente ho visto le cose peggiori: in via Po un blindatissimo della polizia, che però a questo punto sembra l’esercito, spara idranti ai manifestanti già dispersi e innocui. Il giorno dopo ci sarà Portici di carta, un evento dedicato al libro, e sotto i portici ci sono già tavoli e transenne. I manifestanti iniziano a gettarli in mezzo alla strada per non far passare più la polizia ma stavolta nei loro gesti e nei loro occhi non vedo la rabbia di chi gettava sassi contro le vetrine dei negozi, ma la paura dello stato. Non riesco a non interpretare quest’ultimo attacco del blindato come gesto di stizza, come marchio di paura per ricordarci che no, le manifestazioni in piazza non sono le benvenute.
Ultimo ricordo di quella notte: mentre ci assicuriamo con una rete di messaggi che stiano tutti bene, vediamo dopo pochi metri il tram-ristorante che va verso una piazza Castello ancora avvolta dalla nebbia urticante. Non ho fatto caso se girasse verso un’altra direzione o si fosse fermato per attendere, ma ricordo vividamente la netta impressione che dopo quei pochi metri la città non si fosse minimamente accorta di quella sorta di guerriglia urbana appena passata.
I giorni dopo c’è la gara mediatica a bollare le marce antibelliciste come rivolte di teppisti: si scatenano gli adoratori delle vetrine, si invoca il decoro, si vittimizza la polizia repressiva, si restringe il campo all’azione di pochi per offuscare la ragione di tutti, si denuncia un danno materiale dimenticando l’enormità del crimine morale in corso. È un registro ben rodato per sminuire la protesta e delegittimare il dissenso politico.
Non voglio spingermi a parlare di oscurantismo mediatico, ma viene utilizzato un registro ben preciso per raccontare la Questione: se giornalisti e attivisti sono riusciti a introdurre nel discorso corrente la parola genocidio, si fa molta attenzione a non dire troppo da chi è perpetrato il genocidio. La peggiore violazione dei diritti umani immaginabile sembra solo accadere per caso, le bombe che distruggono palazzi scendono dal cielo, l’aiuto e l’empatia sono concesse ma la denuncia dà fastidio. Puoi anche protestare ma per carità non disturbare nessuno. Puoi anche arrabbiarti con chi continua a produrre e vendere armi ma per carità non rompere nulla. Attraverso questi paradossali distinguo sono state raccontare le manifestazioni ma anche le azioni della Sumud Flotilla, alternativamente sostenuta salvo diventare scomoda quando si è avvicinata troppo all’obbiettivo dichiarato.
Successivamente ci sono state altre manifestazioni più o meno partecipate e più o meno represse dallo stato. Il cessate il fuoco di Trump sembra aver gettato nel frattempo un velo sopra il genocidio ma, sia a livello geopolitico che italiano, sembra più il coperchio di una pentola a pressione che una soluzione. Eppure i media, soprattutto quelli maggiori, sembrano crederci o almeno sembra ci sia un’attiva volontà di mantenere in piedi questa illusione criminale. C’è un’evidente opera di distrazione di massa volta ad allentare la tensione e l’attenzione verso quel lato di mondo in attesa di occuparsi di altro. Dopo la demonizzazione delle proteste, è necessario chiudere il discorso, distogliere lo sguardo.
Anche se non era mia intenzione arrivare fino a quasi il presente con questo racconto/testimonianza, penso sia proprio la spinta mediatica a distogliere lo sguardo, a considerare la Questione come risolta con la tregua di Trump, ad avermi al contrario convinto a ricordare il più vividamente possibile le grandi manifestazioni di settembre e ottobre.
