CinemaRecensione

Il cinema di Spike Lee ai tempi di Donald Trump

Questo articolo contiene SPOILER per BlacKkKlansman e Da 5 Bloods

Da 5 Bloods è stato uno dei miei film preferiti del 2020. Scopri gli altri qui.

Pochi registi statunitensi hanno affrontato, con coraggio e caparbietà, tematiche sociali e politiche come ha fatto Spike Lee nel corso della sua lunga carriera: Do the right thing (1989), Malcolm X (1992), 25th Hour (2002), Chi-Raq (2015) e tantissimi altri sono film che pongono questioni sociali che è necessario affrontare ancora oggi. La sua opera indaga le dinamiche razziali tra le comunità e anche all’interno delle comunità, il conflitto tra gli emarginati e i centri di potere, il ruolo dei media nella vita di tutti i giorni, le condizioni di povertà e le lotte di emancipazione politica. Con una così lunga carriera alle spalle (più di 20 film in 25 anni), è utile analizzare le opere del regista afroamericano realizzate durante la più razzista delle presidenze statunitensi quale è stata quella di Donald Trump.

Si tratta di due opere, BlacKkKlansman e Da 5 Bloods, strettamente connesse ai temi dell’attualità e che, soprattutto, di questa attualità ricercano le radici nella storia. Perché in effetti, in qualche modo, di film storici si tratta, ma uno scarto importante li separa dal filone del cinema storico afroamericano che, da almeno un decennio, è uno degli importanti focus delle produzioni di Hollywood – da 12 Years a Slave (2013), Selma (2014), the Help (2011) fino a film più particolari come Django Unchained (2012). I film di questo filone, tanto variegato e composito che possiamo considerarlo come unico filone solo per l’intento di fondo che muove le produzioni, raccontano la storia nazionale così come è scritta non dai vincitori ma dagli emarginati, dagli schiavi e dai segregati. Questo filone riscrive la storia afroamericana, mostrando e denunciando il razzismo sistemico insito nella società, e lo fa proprio con una delle forme artistiche che più ha servito come espressione propagandistica della superiorità culturale, economica, politica della società “bianca” statunitense. In BlacKkKlansman il contrasto fra codici cinematografici è ben chiaro: il film apre con una scena di Via col vento (1939), poi ripreso ed elogiato più volte da membri del KKK, che in seguito in un rituale guardano anche Nascita di una nazione (1915); al contrario, i due protagonisti afroamericani parlano di blaxploitation, un genere di film fatto per (e anche dalla) nicchia di pubblico afroamericano (per capire di cosa si tratta, Dolemite is my name può essere un’utile guida, oltre che un film formidabile).

Spike Lee

Lo scarto della duologia trumpiana di Spike Lee rispetto a questo filone cinematografico è proprio l’analisi sul presente. La lettura storiografica, che sia di un infiltrato nel Ku Klux Klan o di quattro veterani della guerra nel Vietnam, non punta a definire un nuovo immaginario storico “dalla parte dei perdenti”, ma a scoprire le radici che hanno portato al presente. Il regista rilegge la storia a partire da domande chiave che l’attualità pone. Se il filone storico prima accennato offre un importante contributo per rappresentare la realtà statunitense sottratta dell’illusione dell’american dream perché narra la storia dal punto di vista di chi dell’american dream non ha mai potuto goderne, BlacKkKlansman e Da 5 Bloods provano a indagare quegli ingranaggi storici che ci aiutano a comprendere il presente e, non da ultimo, lottare per il futuro.

Pessimismo e speranza

I due film finiscono in un modo simile e speculare: entrambi, dopo che due personaggi percorrono un carrello in una sequenza surreale tipica del cinema di Lee, concludono con sequenze documentaristiche. In BlacKkKlansman le scene finali sono reportage dei violenti scontri tra manifestanti e suprematisti bianchi a Charlottesville nel 2017: il legame con l’attualità, rimasto per tutto il film più o meno implicito, diventa allora evidente. Se il film è ambientato negli anni ’70, il reportage finale prospetta il nostro presente, il futuro all’interno della storia. In Da 5 Bloods l’ultima parola è di Martin Luther King Jr che cita il poeta Langston Hughes: «America was never America to me / and yet I swear this oath / America will be!», un messaggio importante proveniente dal passato che promette una lotta per il futuro. Il contrasto è evidente: un film ambientato nel passato si conclude con le immagini tragiche del nostro presente; un film ambientato nel presente si conclude con le immagini piene di speranza di un leader del passato. I punti di vista sono opposti: il primo riflette evidentemente il pessimismo della vittoria di Trump, il secondo sembra cercare nuovamente nel passato una rinnovata forma ideologica per continuare a lottare nel presente e per costruire un altro futuro. Al pessimismo del presente corrisponde un ritorno alle radici del movimento per la liberazione dei neri e una ripresa costante di quelle battaglie.

Entrambi i film hanno una conclusione positiva per i personaggi, solo che in BlacKkKlansman tale positività è anche stucchevole, addirittura esagerata e contraddittoria: il personaggio di Patrice Dumas (Laura Harrier), la figura più “intransigente” dei protagonisti per il movimento dei neri, contraria a ogni forma di collaborazione con la società bianca e razzista, alla fine non solo torna con Ron Stallworth (John David Washington) nonostante sia un poliziotto, ma collabora a sua volta per incastrare un altro collega razzista. Questo finale illusorio da “vissero tutti felici e contenti” s’infrange nel ritorno delle croci incendiarie del KKK e nelle immagini del presente.

Nel contrasto finale è racchiuso lo stile e forse il messaggio dell’intero film, che sembra ruotare alla domanda su come abbia potuto un suprematista come Donald Trump, contro ogni sondaggio e aspettativa, vincere le elezioni del 2016. Sin dalle scene iniziali, quando Alec Baldwin nel ruolo di un leader suprematista emette versi e muggiti per schiarirsi la voce mentre recita un discorso razzista, gli appartenenti al Ku Klux Klan sono vezzeggiati, ridicolizzati, trattati come macchiette con scarsa presa sulla realtà. Non è affatto un caso che gli interpreti dei due leader del movimento, Alec Baldwin e Topher Grace, siano due attori con una carriera in ruoli comici. Quando Flip Zimmermann (Adam Driver) nei panni di Ron Stallworth si trova nel KKK, le sue frasi per convincere i membri ad accettarlo nel Klan non sono più che cliché razzisti e antisemiti. Anche quando, a fine indagine, il vero Ron Stallworth rivela al leader razzista la sua identità di uomo nero infiltrato nel Klan, la scena sembra quella di una gag ben riuscita ai danni di un gruppo di bulli. È solo in rari momenti di lucidità che il film rivela la sotto-trama più pericolosa dell’istituzionalizzazione del suprematismo, che continua ad agire nonostante il relativo successo dell’indagine, fino a infiltrarsi nei gangli della polizia e a bloccarla dall’interno. Solamente nel finale quella sotto-trama esplode nelle violenze di questi anni, con entusiastici commenti video di quel David Duke che nel film (interpretato da Topher Grace) era stato umiliato e preso in giro. Il finale è fortemente pessimista perché mostra che proprio quei suprematisti vezzeggiati, comici, mai presi sul serio, siedono oggi ai vertici del potere.

I paralleli fra Trump e questi suprematisti sono costanti, non solo nello slogan «America first!», ma soprattutto nel modo in cui lo strumento mediatico li tratta: durante la campagna elettorale Trump non era considerato una minaccia seria, era vezzeggiato come un giullare, una macchietta con scarsa presa sulla realtà. David Duke che, agli occhi degli spettatori, è un leader poco pericoloso, che si lascia abbindolare da un infiltrato nero trattandolo come un bianco, può benissimo essere sostituito da Donald Trump. Eppure, nonostante la caricatura comica che si può fare dei due personaggi, entrambi si rivelano essere i vincitori politici del lungo termine. Come mai? Proprio perché la minaccia che rappresentavano, che continuano a rappresentare, non è mai stata presa sul serio, ma ridicolizzata e vezzeggiata. Questa ridicolizzazione del pericolo razzista è probabilmente la più chiara dimostrazione del carattere illusorio dell’american dream, caparbiamente convinto del raggiungimento dell’uguaglianza dei diritti per tutti, dove le divisioni razziali sono destinate ad assottigliarsi e le violenze suprematiste sono rigurgiti comici di un passato destinato a scomparire. Non solo di Trump si tratta: anche le numerose foto dei manifestanti che hanno occupato il Campidoglio, li ritraggono per lo più come ragazzi pitturati, ignoranti e senza presa sulla realtà, nuovamente e costantemente ridicolizzando la minaccia che rappresentano.

In una scena chiave del film, il capo della divisione investigativa che sostiene l’indagine spiega al protagonista come Duke stia contribuendo a rendere il suprematismo mainstream e a entrare in politica, immaginando un futuro con un presidente come Trump. Ron Stallworth si mette a ridere: «come on, America will never elect somebody like David Duke President of the United States of America». La risposta del poliziotto è tagliente: «coming from a black man that’s pretty naive, why don’t you wake up?». Nel cinema di Spike Lee “wake up” è una frase caratteristica e molto ricorrente, usata proprio per scuotere il pubblico e farlo rendere conto del contesto sociale in cui vive.

Ron Stallworth, allora, è un protagonista sconfitto e la sua sconfitta deriva proprio dal sottovalutare quell’organizzazione che pure stava indagando o, almeno, dal sottovalutare la società in cui quell’organizzazione vive e prospera. Invece, anche se il finale non le concede alcun merito morale, l’attivista Patrice Dumas sembra essere più consapevole non tanto del pericolo costituito di per sé dal KKK, ma del fatto che «cambiare le cose dall’interno» come pretende il protagonista poliziotto è quasi impossibile, è altresì necessario un cambiamento “esterno” e soprattutto sistemico.

Una scena di Da 5 Bloods

Black lives have always mattered

Di tutt’altro registro è invece Da 5 Bloods: non un’opera tragicomica ma epica, non ambientato nel passato ma nel presente, non negli Stati Uniti ma in Vietnam. A ben vedere, se togliessimo il personaggio di Paul (Delroy Lindo), i riferimenti al presente sparirebbero, il film sarebbe solo un’avventura di veterani di guerra che vanno a recuperare dell’oro sepolto. È Paul, un afroamericano che ha votato Trump, che porta sulla scena i traumi del presente collegandoli a quelli del passato. È attraverso di lui che l’attualità fa breccia nei ricordi di guerra, costruendo anche all’interno della mente dello spettatore un complesso legame fra quella guerra, quei traumi imperialisti, con il presente. Ma non basta un personaggio: il suo cappellino rosso che passa a un certo punto di mano in mano come simbolo di avarizia, con lo slogan elettorale «make America great again», a sua volta in contrappunto con il già citato finale «America will be», evoca continuamente lo spettro degli Stati Uniti più illiberali, uno spettro impossibile da ignorare e che caratterizza tutto il film.

Rispetto a BlacKkKlansman, viene sottratta l’idea del trumpismo come solo conflitto razziale, una sottrazione supportata anche da un video reportage dei “blacks for Trump” che il presidente elogia. Tolto quel conflitto, la scelta di Paul è dovuta ai traumi della guerra, al bisogno securitario e identitario che il candidato repubblicano offriva con il suo linguaggio populista. Il paradosso più grande, per la cinematografia di Lee, è che sia proprio Paul a pronunciare più volte le parole «wake up», addirittura usate per convincere i suoi amici della necessità di un muro fra Messico e Stati Uniti.

I riferimenti ad Apocalypse Now (1979) sono frequenti ed espliciti: servono non solo per il linguaggio epico del film, ma anche a richiamare il messaggio di uno dei film più critici dell’imperialismo statunitense, in cui vengono rappresentati generali in preda a deliri di onnipotenza. La condizione di sfruttamento dei combattenti neri è altrettanto chiara: se all’epoca rappresentavano l’11% della popolazione complessiva, erano invece il 23% dei soldati in Vietnam, come viene riportato nel film da un’attivista vietnamita realmente esistita. I protagonisti si ritrovarono a combattere una guerra che non apparteneva loro per diritti che non avevano. Allo stesso tempo, però, agli occhi dei vietnamiti sono comunque americani, quindi responsabili di quella guerra che ha devastato la loro nazione.

Alla fine scopriamo che il vecchio compagno caduto in guerra Stormin’ Norm (Chadwick Boseman), la figura più carismatica che teneva assieme i soldati oggi vecchi veterani, è stato ucciso dal fuoco amico proprio di Paul, un trauma che lo perseguiterà per tutta la vita. Norm e Paul sono agli antipodi: uno è un leader naturale, l’altro è un lupo solitario che abbandona anche il proprio figlio, uno è un pacifista convinto, l’altro una testa calda, uno intende dare l’oro alle comunità nere statunitense, l’altro vorrebbe tenerselo per sé. Nonostante le differenze, il senso di colpa di Paul per aver ucciso per sbaglio Norm lo dilania, tanto più che se lo tiene dentro come un fardello, non rivelando mai la verità ai suoi compagni.

Alla fine della guerra, gli afroamericani si trovarono con niente in mano, in una condizione di povertà e difficoltà psicologica e sociale ancora più estrema dei loro compatrioti bianchi. Possiamo immaginare allora che Paul cercasse di dare un senso a quella guerra in cui uccise il leader dei suoi compagni, cercasse di sentire la causa imperialista della great America anche un po’ sua, per trovare conforto in quella pulsione identitaria che Trump cavalcò.

Il riferimento finale al movimento Black Lives Matter cui viene infine donato parte dell’oro disseppellito non è affatto casuale: si può dire che Lee abbia scritto il film storico a partire da quello slogan. Proprio la condizione dei combattenti neri e del loro scarsissimo riconoscimento è il sotto-testo che muove la trama, che convince i cinque soldati a nascondere l’oro per la propria comunità, che a sua volta li spinge ad andare a riprenderselo, che causa tutte quelle cicatrici traumatiche che legano più o meno i vari protagonisti. Proprio il mancato riconoscimento della vita perduta di Stormin’ Norm ha riempito di rabbia e rancore Paul, tanto per se stesso perché si è colpevolizzato, quanto per il Paese che lo ha gettato nella guerra e poi lo ha dimenticato.

La critica in questo caso allora si fa più ampia: non viene denunciato più solo il suprematismo trattato come una barzelletta e continuamente sottovalutato da interessi politici, ma la scarsa considerazione delle vite dei neri masticate e dimenticate tra i crimini dell’imperialismo statunitense. Se Apocalypse Now denunciava l’assurda arroganza militare degli Stati Uniti, Da 5 Bloods mostra le vittime interne di quell’arroganza.