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Bobi Wine: la pop star che sfida il regime

Nell’immagine di copertina: a sinistra Bobi Wine, a destra Yoweri Museveni sullo sfondo della bandiera ugandese

Chi è Bobi Wine, la pop star del reggae ugandese che ha sfidato una delle dittature più longeve dell’Africa? Yoweri Museveni, presidente dell’Uganda dal 1986, quando rovesciò il regime militare di Idi Amin, lo ha chiamato sarcasticamente «Ghetto President», un nome che il musicista si è tenuto e che sfoggia con fierezza, per ricordare le sue umili origini in uno slum della capitale Kampala. Nato Robert Kyagulanyi Ssentamu, ha scelto il nome d’arte ispirandosi ai suoi idoli Bob Marley e Bobby Brown e “wine” perché sente di migliorare con l’età come un buon vino. Ha raggiunto il successo con canzoni d’amore durante gli anni 2000. Ha saputo rivedere le sue idee quando, prima di partire per un tour nel Regno Unito nel 2014, le date sono state cancellate con l’accusa di omofobia. Nel 2016, a 34 anni, si è preso una breve pausa dalla musica per tornare in Università a studiare legge. Se era un volto noto agli ugandesi già da molti anni, da qualche tempo è entrato in politica e, alle elezioni di metà gennaio, è stato il principale sfidante di Museveni.

Con un occhio attento ai testi delle canzoni di Bobi Wine, non tutte perché la maggior parte sono in Swahili e la traduzione è difficile da trovare, proverò a raccontare gli obbiettivi e le sfide che la pop star sta affrontando.

Le elezioni sono state turbolente, risultato di una tensione di lungo tempo che rischia di sfociare in una spirale di violenza. Con il voto del 52% degli aventi diritto, il presidente uscente ha vinto il suo sesto mandato con il 58,64% dei voti. Bobi Wine, agli arresti domiciliari circondato dalle guardie governative, parla di elezioni truccate. Anche Tibor Nagy, il massimo diplomatico statunitense per l’Africa, ha parlato di una elezione viziata dalla paura e dal clientelismo.

In un Paese in cui la commercializzazione della politica fa somigliare il voto più a una transizione commerciale che a una scelta, il governo ha respinto l’invio da parte di USA e UE di osservatori imparziali, con la scusa di non volere ingerenze estere. La campagna di Museveni contro il suo sfidante si è concentrata proprio su questo argomento, spacciandolo come un burattino nelle mani di agenti esterni, facendo circolare fake news su fantomatici endorsement di Bobi Wine da parte di Biden e Obama. Se Facebook ha chiuso gli account governativi che diffondevano tali bufale, Museveni ha risposto chiudendo social network e app di messaggistica per tutta la durata delle elezioni, solo dopo aver usato l’occasione dell’emergenza pandemica per chiudere le scuole, vietare le manifestazioni e arrestare l’avversario.

Una battaglia politica che è diventata presto una battaglia culturale: in un paese in cui solo il 14% della popolazione si informa sui social media quotidianamente, Museveni ha installato delle televisioni in ogni villaggio e ha ordinato la trasmissione di Katoto, un cartone animato che propaganda le sue idee politiche. Ha inoltre vietato di indossare il basco rosso, che il cantante e i suoi sostenitori usavano indossare in omaggio a Che Guevara.

Fighting for freedom

Entrando in politica Bobi Wine ha mantenuto continuità con la sua carriera artistica e la sua musica si è intrecciata sempre più ai temi sociali che più gli stavano a cuore. Alcune delle sue canzoni hanno assunto lo status di inni per i suoi seguaci e per il suo movimento People Power, Our Power. Ha usato la musica per chiamare al voto gli ugandesi e anche per informarli sui pericoli dell’epidemia di SARS-CoV-2 con una canzone dedicata.

Ispirato dai discorsi e dalle idee di leader politici come Martin Luther King Jr, Mandela o Malcolm X, nelle sue canzoni Bobi Wine invita sempre alla non-violenza. In Obululu, una canzone composta con Nubian Li, richiama l’attenzione su una questione importante: invita leader e votanti a evitare «a bloody situation inna dis lovely nation». Dembe richiama le radici rastafariane della musica reggae: «we no proud of the violence, we condemn the violence, Rasta no pride in the violence». Torna spesso il concetto di violenza come sinonimo di arretratezza, un celato attacco ai modi dittatoriali di Museveni, accusato spesso di non essere a contatto con i giovani in un paese in cui l’età media è di 18 anni.  

Well democracy is all we ever wanted
so we must never take it for granted
Remember, election violence
is a symbol of backwardness

Obululu

Eppure di violenza ne ha subito parecchio come oppositore della dittatura. Da quando nel 2017 è stato eletto in Parlamento, a seguito di una campagna elettorale porta a porta, è stato più volte arrestato, minacciato, screditato, accusato di tradimento, i suoi alleati perseguitati o uccisi: una repressione del dissenso che è ormai prassi nel regime di Museveni. Nel 2018, durante una manifestazione, le forze di sicurezza del governo aprirono il fuoco contro la sua auto uccidendo il suo autista, lui fu imprigionato e picchiato. Nel 2019, la sua collaboratrice Ziggy Wine fu rapita, picchiata e uccisa. Quando a novembre è stato arrestato con l’accusa di aver violato le norme anti-contagio, una protesta spontanea della popolazione ha portato a scontri violenti e la morte di tre persone. Per questo, quando esorta alla non-violenza non si rivolge solamente ai suoi sostenitori, che dopo le elezioni ha dissuaso dal manifestare per evitare scontri, ma anche al potere governativo.

Now this is a message
to every Ugandan
especially the candidate
right from L.C 1
straight up to the president
Violence is backwardness
while peace is Godliness

Dembe

Allo stesso tempo, però, non rinuncia a richiamare gli ugandesi all’attenzione verso quello che sta succedendo, verso il futuro che si prospetta al paese. Time Bomb è un testo significativo per comprendere la sua idea politica, non solo perché denuncia la corruzione dilagante del paese, ma perché contiene un chiaro messaggio per il futuro dell’Uganda. All’inizio del testo lancia un monito a chi non si schiera:

Freedom come to those who fight
but not to those who cry
coz the more you cry
is the more your people continue to die
So rise defend your rights

Time Bomb

Nel testo, la chiave di volta per liberarsi dall’oppressione è l’istruzione, perché «true liberty begins inna your mindset». Eppure, come in un circolo vizioso, l’istruzione è plagiata dalla corruzione che la rende economicamente inaccessibile. Come l’artista afrobeat Falz, anche Bobi Wine denuncia a più riprese l’ignavia di chi non manifesta, di chi si lamenta ma non combatte, di chi vede gli sbagli della società ma si gira dall’altra parte. La canzone Freedom chiude con una significativa citazione da Martin Luther King Jr: «in the end we remember not the words of our enemies but the silence of our friends».

Proprio Freedom è probabilmente la sua canzone politicamente più significativa: un vero inno alla lotto per la libertà dell’Uganda. Qui denuncia l’oppressione che è «worse than Apertheid», la condizione del cittadino sotto il regime dittatoriale che diventa «citizen slave» come nella tratta coloniale, mentre la “Perla dell’Africa”, così viene chiamata l’Uganda per la sua posizione centrale al Continente, «is bleeding». Poi si rivolge direttamente a Museveni con delle domande accusatorie:

What was the purpose of the liberation
when we can’t have a peaceful transition?
What is the purpose of a constitution
if the government disrespects the constitution?
Where is my freedom of expression
when you charge me because of my expression?

Freedom

Le promesse di democrazia, libertà, costituzione di quando Museveni instaurò il governo democratico nel 1986 scacciando i militari al potere sono state tragicamente disdette. L’eroico passato del Presidente ritorna sotto forma di campagna elettorale e propaganda personale, ma le aspirazioni che lo avevano contraddistinto da giovane e che lo avevano annoverato fra i giovani leader su cui l’Occidente democratico poteva contare si sono perse nel tempo. «Freedom fighters become dictators» canta Bobi Wine evidenziando il cambiamento del Presidente.

Il cantante richiama queste denunce anche in Uganda, una canzone con Nubian Li dedicata al suo Paese. Per appellarsi ancora alla volontà degli ugandesi, canta di come il presente sia un crocevia di generazioni: quella del musicista è la generazione nipote degli ugandesi che hanno visto l’indipendenza nel 1962 e figlia di quella di Museveni che ha sconfitto i militari, ma a sua volta genitrice e progenitrice delle generazioni future. Il messaggio di speranza, la breccia per un cambiamento, è sempre presente nei testi di Bobi Wine. 

Giovanni Carbone ricorda una dichiarazione giovanile di Museveni: «il problema dell’Africa in generale, e dell’Uganda in particolare, non è la gente ma sono i leader che vogliono restare troppo a lungo al potere». Si può dire che il Presidente sia diventato quel nemico che combatté da giovane. Una tendenza che purtroppo si è vista spesso in Africa dove, in misura crescente negli ultimi anni, si moltiplicano i governi che modificano le proprie costituzioni per poter rimanere al potere ancora a lungo.

Il punto, oggi, non sembra essere se il musicista Bobi Wine sia eventualmente in grado di guidare una nazione intera, una nazione come l’Uganda che ha numerosi interessi internazionali tra l’ONU e gli Stati Uniti; il punto non era nemmeno vincere le elezioni, eventualità poco probabile a prescindere dai brogli. Il punto è smuovere un sistema immobile che si sta incancrenendo, in Uganda come in molte parti dell’Africa. Come ha detto lo scrittore premio Nobel Wole Soyinka prima delle elezioni: «a successfull campaign by Bobi Wine will be seen as a morale-boosting event all round the continent». Dopo la sconfitta elettorale, Bobi Wine dovrà continuare a lottare.

Leggi qui la recensione dell’album politico dell’artista nigeriano Falz, un track by track per provare a capire il contesto sociale della Nigeria

One thought on “Bobi Wine: la pop star che sfida il regime

  • Ormai messaggi di questo tipo sono cosa rara, anche in altre parti del mondo considerate più avanzate. Non sarà forse sufficiente, ma ce ne gran bisogno.

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