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Backrooms e nonluoghi

Sin dalla loro comparsa come narrazione creepypasta nel 2019 le backrooms hanno goduto di grande popolarità nel folklore digitale, si poteva perciò prevedere la loro intromissione nel mainstream tramite la forma cinematografica. Dalla prima foto rappresentante l’ingresso di un corridoio vuoto con una carta da parati giallognola pubblicata su 4chan, il meme delle backrooms ha prodotto a sua volta sottogeneri e altre influenze, si è strutturato in una lore, è stato reinterpretato e ridiscusso e ora è diventato un film, la cui forza anche commerciale è data ovviamente dal regista che ha girato i più popolari cortometraggi sul tema.

Ma procediamo con ordine.

La foto rispondeva a una richiesta semplice: «post disquieting images that just feel “off”», e in seguito recitava anche una didascalia significativa: «if you’re not careful and you noclip out of reality in the wrong areas, you’ll end up in the Backrooms». Le “stanze sul retro” sono così diventate la punta del fenomeno degli “spazi liminali” che già circolava da qualche anno e che era già in qualche misura codificato: spazi al di fuori della realtà, in cui capiti se non fai attenzione (a cosa?) e fai “noclip”, termine probabilmente intraducibile che si riferisce a quando nei videogiochi vengono forzate le regole del mondo per visitare ciò che gli sviluppatori intendevano tenere nascosto. 

Le culture digitali, quelle che abbiamo chiamato «consocialità» di persone, utenti e algoritmi che condividono, creano e consumano questi folklori, non si fanno concorrenza, non si sostituiscono e non si susseguono nemmeno l’una all’altra. La spinta a dichiarare “morta” o “passata” una certa tendenza appartiene tutta alla critica analitica, che nel peggiore dei casi è una maschera del Capitale alla ricerca di “novità” da spremere, nel migliore dei casi è una studiata dichiarazione che però a sua volta entra a far parte del discorso attorno alla stessa cultura: è il carattere riflessivo della modernità, che assorbe, condivide, elabora, crea, discute anche le teorie formulate sulla modernità stessa.

Questo per dire che, se le backrooms si sono sovrapposte al fenomeno degli spazi liminali, a sua volta tale meme è nato da una rielaborazione di alcune tendenze risalenti alla vaporwave o, almeno, del suo sottogenere mallsoft: un tipo di musica che suona come fosse trasmessa in un centro commerciale, una muzak music ma con anche i riverberi degli spazi immensi. La copertina di Initiation Tape: Isle of Avalon di New Dreams Ltd rappresenta un’utile connessione: pur immersa nell’estetica e nella musica vaporwave, questa stanza d’albergo anonima è un nonluogo che richiama gli spazi liminali, un prototipo di backroom. 

Le culture digitali si sono poste sin da subito come crocevia privilegiata tra arte, folklore e teoria. I commenti e le analisi della rappresentazione di internet da parte della consocialità vaporwave come «nonluogo definitivo», in quanto luogo in cui culminano l’astoricità, l’impersonalità e la velocità del Capitale, hanno contribuito a sviluppare la nozione di Augé e “memificarla” fino a farla esondare. Le backrooms non sono di per sé nonluoghi e sono ben lungi dall’essere rappresentativi della virtual plaza come prevedeva l’aesthetic vaporwave. Eppure, evidentemente riprendono il senso di forte alienazione che provocano i nonluoghi e la fanno collassare in luoghi in cui, generalmente, non si trova l’alienazione. Un centro commerciale, un ufficio, un corridoio, una piscina, sono tutti luoghi che, se svuotati delle persone, diventano a tutti gli effetti nonluoghi, anche perché astorici, standardizzati a livello globale (occidentale) nella stessa estetica, diventano luoghi di passaggio uguali a tutti gli altri, stabilendo una connessione necessaria tra la nozione di Augé e il meme ben più surreale degli spazi liminali.

Eerie

Il libro di Mark Fisher, già paladino della teoria culturale digitale, The weird and the eerie del 2016, ma contenente scritti anche precedenti a questa raccolta, contribuisce sicuramente al meme dei nonluoghi collassati e svuotati di persone, anche se ormai la nozione di Augé non sembra averci più nulla a che fare. 

L’eerie, in particolare, riguarda l’agency di un soggetto assente o che non dovrebbe avere agency. Senza tanti giri di parole, Fisher attribuisce una qualità eerie al Capitale, che non dovrebbe possedere agentività e invece ne ha fin troppa. Questo passaggio è utile per capire il senso di inquietudine che trasmette la vaporwave in primis, che forzando la confusione tra moniker, consumatori, produttori e algoritmi, pone l’accento proprio sulla volontà misteriosa e perversa del capitalismo. Prima dell’esplosione delle intelligenze artificiali, il perturbante riguardava la nozione di una soggettività quasi-umana, un’umanità senza umanità che agiva quasi autonomamente. 

Gli spazi liminali rappresentano ciò che Fisher chiama il «fallimento di presenza», ossia non c’è un soggetto dotato di agency eppure rimane l’agency. Fuori dalla teoria, sembra quasi che la richiesta dell’utente di 4chan ricercasse proprio questo tipo di immagine “off”, ed effettivamente era proprio ciò che richiedeva, poiché provocava esattamente la condivisione di spazi liminali che già erano esondati dai nonluoghi.

Fisher, qui, non fa affatto riferimento ad Augé, ma soprattutto perché nella nozione dell’antropologo francese non trova spazio l’agentività, così centrale nell’eerie. Il fatto è che, come già la consocialità vaporwave dimostrava ampiamente con le temporalità hauntologiche, nelle culture digitali le immagini (e non solo) non sembrano avere vita propria, ma ce l’hanno per davvero, viaggiando in un flusso autonomo di condivisioni e appropriazioni. Perciò l’agency digitale assume un ruolo così fondamentale, travalicando e confondendosi con la volontà tutta umana. Perciò, se Augé, da una posizione eminentemente antropologica, teorizzava i nonluoghi in relazione agli umani che li attraversavano – anzi, proprio “luogo di passaggio” privo di significato era tra le definizioni più appropriate – il modo stesso di funzionare di internet, così integrato nella nostra vita da assumere l’appellativo di «network society» da parte di Manuel Castells, dona naturalmente agency a soggetti non-umani, come anche ai luoghi. L’«autocomunicazione di massa», teorizzata sempre da Castells, si autogenera e autodirige e gli utenti “umani” sono solo una parte dei soggetti in gioco. 

Per fare una distinzione semplicistica: se la vaporwave poneva l’accento sull’agency delle temporalità rimosse «emergenti», nel doppio senso di emersione e urgenza, gli spazi liminali mettono in primo piano i luoghi che, proprio perché sono di passaggio, tendiamo a rimuovere dal nostro vissuto. La qualità eerie nasce anche dalla rimozione: questi soggetti condivisi dovrebbero essere oggetti, anzi sfondi cui non badiamo nemmeno, di certo non dovrebbero essere dotati di una forma di volontà, eppure nella network society hanno una vita propria, si impongono alla nostra attenzione. Lo fanno, bisogna precisare, non per una inspiegabile tendenza degli utenti che li postano e condividono, ma perché sono elementi internazionali del Capitale, fortemente simbolici proprio per la loro mancanza di significato. Bisogna ricordare di considerare internet sia come mezzo di comunicazione integrato nella società, sia come piazza di scambi commerciali globali. Gli spazi liminali, perciò le backrooms, sono simboli di un internazionalismo che risulta fuori posto e fuori tempo, che in qualche modo riconosciamo tutti.